LIBIA. Gli Emirati vogliono che Tripoli torni a produrre petrolio

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Gli Emirati Arabi Uniti vogliono che la Libia «ritorni a produrre petrolio» il più presto possibile, ha detto il 13 luglio, Anwar Gargash, ministro degli Emirati per gli Affari esteri, dopo che i funzionari del governo libico appoggiato dalle Nazioni Unite a Tripoli hanno accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver ordinato alle forze rivali libiche di bloccare le vendite di petrolio.

Tripoli aveva accusato gli Emirati di aver ordinato alle potenti tribù della Libia orientale fedeli al comandante Khalifa Hifter di chiudere i terminali di esportazione e di bloccare i principali oleodotti. Le esportazioni sono state bloccate dall’inizio dell’anno, riporta l’agenzia statunitense Associated Press, Ap.

In un tweet, Gargash ha riconosciuto la chiusura delle esportazioni di petrolio libico: «Gli Emirati Arabi Uniti, insieme ai suoi partner, vogliono vedere un ritorno alla produzione di petrolio in Libia il più presto possibile, con misure di salvaguardia per evitare che i proventi alimentino ulteriori conflitti. Continuiamo a lavorare per un immediato cessate il fuoco e per il ritorno a un processo politico».

Ahmed al-Mosmari, portavoce delle forze di Hafter, aveva chiesto in precedenza che i proventi del petrolio confluissero in un conto bancario in un Paese straniero con un “meccanismo chiaro” per distribuire equamente i fondi tra le regioni libiche, senza nominare un Paese che ospitasse il conto.

Aveva anche chiesto garanzie internazionali che i proventi petroliferi non venissero utilizzati per finanziare “terroristi e mercenari”, un evidente riferimento ai mercenari, per lo più siriani, che la Turchia ha portato negli ultimi mesi per combattere dalla parte del governo di Tripoli, sostenuto da una serie di milizie locali, oltre che da Turchia, Qatar e Italia.

Le forze di Hafter sono inoltre sostenute da un mosaico di gruppi armati e mecenati stranieri, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Russia e la Francia.

Maddalena Ingrao