Rischio fallimento per la Libia?

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LIBIA – Tripoli 25/01/2014. Con la nona più grande riserva di petrolio al mondo, la Libia ha tutte le risorse di cui ha bisogno per diventare il paese più ricco pro capite nel Nord Africa.

Ma se continuano le tendenze attuali, la nazione potrebbe andare in bancarotta entro il 2018. A solo due anni dalla rivoluzione anti Gheddafi, cosa è andato storto? Se lo chiede il Revenue Watch Institute. Il problema più grande, per l’istituto di New York,  è il drastico calo delle entrate pubbliche, visto che grazie ad una serie di blocchi dei giacimenti di petrolio e nei porti, i ricavi dal petrolio, oltre il 90 per cento di tutte le entrate pubbliche, sono crollati. Le esportazioni di petrolio sono diminuite del 10 per cento e la produzione è diminuita del 20 per cento rispetto al periodo precedente i blocchi, prima metà del 2013. Come risultato , il deficit di bilancio della Libia probabilmente avrà superato i 4 miliardi dollari nel 2013 e potrà aumentare nel 2014 .

Ma altrettanto preoccupante è il massiccio aumento della spesa pubblica. Il costo per gli stipendi del governo era già alto, parli al 38 per cento del bilancio nel 2013, questo perché il governo paga almeno la metà e forse più della forza lavoro di 1,9 milioni di lavoratori. I salari non sono l’ unica fonte di aumento della spesa. Il Congresso Generale Nazionale (Cgn) ha recentemente adottato altre due politiche costosi: assegni familiari: a partire dal 2014, ogni famiglia riceverà 100 dinari (80 dollari) per ogni bambino al mese e 120 dinari (95 dollari) a moglie al mese, rendendo più redditizio avere più mogli. 

Altra aggiunta sono le oltre 200mila persone registrate come veterani della rivoluzione e che intendono rivendicare uno stipendio che va dai 400 ai 2300 dollari al mese, anche se le stime del numero effettivo dei combattenti sono molto più basse. 

Infine, le sovvenzioni potrebbero costare al governo oltre 15 miliardi di dollari all’anno (…) I prezzi della benzina restano tra i più bassi al mondo ma costano al governo più di un dollaro al litro rispetto ai prezzi della stessa benzina venduta in Europa. Ciò ha portato ad elevato consumo di carburante e all’aumento del suo contrabbando verso altri paesi nordafricani ed europei. I contributi a combustibili ed energia elettrica costerebbero al governo libico 100 dollari al mese pro capite; il doppio dell’importo speso dal governo per l’istruzione e la sanità.

La riduzione di spesa per infrastrutture e programmi educativi che generano crescita a lungo termine e contribuiscono a diversificare l’ economia si sono effettivamente ridotti nella spesa pubblica, dal 52 per cento nel 2010 al solo 11 per cento nel 2013.

A questo ritmo di spesa, avverte Rwi, la Libia potrebbe essere in grossi guai presto . Nonostante i circa 200 miliardi di dollari nel risparmio pubblico, i 120 miliardi di riserve in valuta estera e i 65 miliardi nella Libyan Investment Authority (fondo sovrano della Libia) e una manciata di altri beni, il paese potrebbe andare in bancarotta entro quattro anni. I tagli netti nella spesa potrebbero innescare ulteriori conflitti e lasciare segmenti della popolazione facile preda di elementi radicali. Non è escluso che la Libia abbia bisogno di un salvataggio del Fmi o il sostegno dei paesi donatori nei prossimi dieci anni.

Dopo aver contratta di quasi il 60 per cento nel 2011, l’anno della rivolta, l’economia è cresciuta del 120 per cento nel 2012 , grazie alla produzione di petrolio, tornando quasi a dove era prima della ribellione. Il Fondo monetario internazionale prevede un tasso di crescita del 16 per cento per il 2013 e lo stesso per ogni anno fino al 2018, riporta allAfrica.

Tutta la spesa ha alimentato un boom dei consumi , più evidente nei quartieri di lusso a Tripoli e Bengasi dove i negozi fatiscenti hanno subito recuperi.

Gargaresh, a Tripoli, è il quartiere testimone di questo mutamento: nei negozi fa mostra di sé l’ultima moda occidentale, elettronica, cibo (italiano), e così via. Molte delle insegne dei negozi sono in inglese, un affronto per il vecchio regime che aveva vietato l’uso dell’inglese. Per gli imprenditori libici più accorti, però, il paese non è abbastanza ricco per una mentalità occidentale: “Noi non siamo gli Emirati o il Qatar”.