Ansar al-Shaaria: salafismo e instabilità

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ITALIA – Roma 04/12/2013. Sembra che dietro lo scontro a fuoco avvenuto a Bengasi il 25 Novembre ci sia la milizia jihadista nota come Ansar al-Shaaria originaria della città di Derna.

«Siamo una milizia, non un movimento» dice il vertice del gruppo Mohammad Ali al Zahawi in un’intervista per la Bbc condotta da Ahmed Maher. La milizia prese parte come tante altre al rovesciamento di Gheddafi e da allora opera alla luce del giorno. La sua prima apparizione sul web si registra nel Giugno 2012 quando in piazza Tahrir a Bengasi alcuni membri vennero ripresi inneggiando all’imposizione della Sharia, la legge del Corano, durante i festeggiamenti. Da lì a poco sarebbero stati cacciati dai residenti che dopo una sanguinosa guerra civile di tutto avevano desiderio meno che di essere preda dei fondamentalisti che si, avevano dato il loro utile contributo alla disfatta dell’esercito lealista, ma erano legittimati solo da una piccola parte del popolo. «I nostri coraggiosi ragazzi continueranno a combattere fino al giorno in cui riusciranno ad imporre la Sharia», prosegue al Zahawi durante l’intervista e conclude: «Giuro su Dio che possiamo tollerare la morte di tutte le persone e che tutti i paesi siano spazzati via dalla cartina geografica ma non una sola offesa al nostro Profeta». Questa dichiarazione suona come un’ammissione di responsabilità degli attacchi terroristici che di tanto intanto ricordano al governo libico che prima o poi dovrà scontrarsi con questa fetta di popolo; per non dimenticare uno dei più importanti, ovvero l’attentato dove Chris Stevens, ambasciatore statunitense rimase ucciso circa un anno fa nell’attacco all’ambasciata americana a Bengasi. L’attacco avvenne successivamente all’uscita del film “Innocence of Muslims” che ha infiammato la parte più religiosa della popolazione. Ansar al-Shaaria sembra essere anche responsabile della distruzione di numerosi santuari sufi che non erano affini ai dettami della stessa Shaaria. L’ultima notizia riguardo i miliziani del gruppo risale al 3 dicembre sul quotidiano al-Watan al-Liby, quando al Zahawi accusa il governo di non voler dichiarare i responsabili dei recenti scontri a Bengasi al fine di lasciare lui e i suoi seguaci nella cerchia dei colpevoli. Già sul quotidiano Libya al-Mustqbal del 26 Novembre al Zahawi accusava l’esercito regolare di essere stato il primo a fare fuoco nelle strade nel capoluogo della Cirenaica. Va ricordato che questa milizia non ha risposto al recente appello del primo ministro Zeidan di consegnare le armi, Zahawi e i suoi uomini continuano a combattere per la loro visione della nuova Libia, facendo della Cirenaica la più turbolenta al momento.  Per comprendere un po’ meglio il concetto di salafismo è utile una breve illustrazione tratta da Hassadakah.it: «Sebbene il termine “salafita” ha radici in un movimento di riforma islamico-modernista del diciannovesimo secolo, da allora è stato adottato dai musulmani sunniti conservatori che cercano di applicare le interpretazioni letterali della Scrittura in base all’esempio del Profeta e dei suoi compagni (al salaf al salih). Anche se tutti i salafiti in teoria applicano alla lettera le interpretazioni della Scrittura, alcuni di loro hanno solo una visione superficiale, priva di qualsiasi genuina visione ideologica, altri cercano di sostituire i regimi laici con una forma di governo islamista, mentre una terza tendenza abbraccia il concetto di jihad globale sostenuto da al-Qaeda.  Più in generale, il salafismo ha offerto risposte che gli altri non erano in grado di dare: una semplice e accessibile forma di legittimità e di senso di scopo in un momento di sofferenza e di notevole confusione; un modo semplice e opportuno di definire il nemico come non-musulmano o come regime apostata; l’accesso a armi e finanziamenti dall’estero (principalmente dai Paesi del Golfo).
Inoltre, i salafiti beneficiano dell’esperienza che i suoi militanti hanno accumulato su altri campi di battaglia e, accettano di combattere anche per condividere le loro conoscenze con gli inesperti gruppi armati locali. Per anni i salafiti sono stati tra coloro che hanno sostenuto che i sunniti si trovano di fronte ad una grave minaccia portata dall’Iran e dai suoi alleati sciiti (Hezbollah), una categoria in cui sono inclusi anche gli alawiti (la cui religione è considerata una propaggine eretica dello sciismo).  Prima dello scoppio delle rivolte arabe del 2011, gli analisti generalmente differenziavano tra salafiti tradizionali e salafiti-jihadisti. I salafiti tradizionali tendevano a fungere da supporto ai governanti arabi autocrati (in particolare la famiglia reale saudita e i suoi alleati), respingevano la democrazia come una violazione umana dell’autorità di Dio e si opponevano ad ogni tentativo di rimozione della classe dirigente in quanto violazione della legge islamica. I salafiti-jihadisti condividono il tradizionale rispetto salafita per l’interpretazione letterale delle scritture islamiche e il rifiuto della democrazia, ma combinano questo conservatorismo con un impegno inequivocabile al jihad violento contro i presunti nemici dell’Islam, sia Stati esteri (Israele o gli Stati Uniti, per esempio), sia strutture di potere locali (la maggior parte dei regimi arabi, a causa della loro opposizione al regime islamico), sia i rappresentanti di altre religioni. Nel contesto determinato dalle rivolte arabe, tuttavia, alcune delle caratteristiche che definivano i salafiti tradizionali sono sfocate. Quello che una volta si ergeva come un nucleo ben definito, affermando di essere “rigorista” e presentandosi come dogmatico e rigido, in realtà ha imparato a fornire una notevole e sorprendente flessibilità, che può rivelarsi particolarmente utile in tempi di turbolenze politiche e di conflitto». 

Il salafismo non è secondario al fine di comprendere i complessi fenomeni politici che hanno preso avvio dalla fine della guerra civile. Il paese resta profondamente diviso dalle rivendicazioni della Cirenaica, provincia che da sempre dimostra scarso interesse ad allinearsi con i dettami dell’autorità centrale di Tripoli. La Libia nel suo insieme infatti è più un’invenzione italiana del periodo coloniale che non un’effettiva realtà politico sociale coesa, tant’è che i tripolini non vedono di buon occhio i cittadini di Bengasi e viceversa. Lo dimostrano le recenti rivendicazioni di autonomia e la proposta di un disegno federale da parte della provincia orientale. Fatma Hamrush, ex Ministro della Salute, ha dichiarato che i Fratelli Musulmani e addirittura Zeydan sono ormai divenuti dei nemici del paese e che la Libia ha bisogno immediato di un governo di salvezza nazionale. La paura è all’ordine del giorno sia a Tripoli, dove il Ministro della difesa Abdallah Al-Teni rende noto che 3000 soldati tutelano attualmente la città; sia a Bengasi, dove sempre il 3 dicembre il quotidiano al Manara scrive che il colonnello dei servizi segreti  Sulaiman Al-Fasi è rimasto ucciso in un attentato con un’autobomba mentre era di ritorno a casa con la sua famiglia. Agli inizi di novembre è saltata in aria una caffetteria nel pieno centro di Bengasi, un check point situato fra Susa e Derna è stato preso di mira in un attacco armato; nella stessa giornata il quotidiano Libia al-Mustaqbal scrive sulle prime pagine che gruppi armati non identificati circondano al-Kufra città in pieno deserto orientale. Non solo quindi nelle città principali ma su tutto il territorio libico – soprattutto nella Cirenaica –  si consumano sparatorie, attentati, esplosioni, confronti armati tra le varie milizie, nonché eliminazione fisica di esponenti dei quadri gerarchici e sociali elevati – resta da vedere se questi ultimi siano episodi isolati, uccisioni su mandato, vendette isolate oppure rientrino in un disegno ben più oscuro di intelligence.