L’eredità di Soleimani

238

La scelta statunitense di intervenire con la mano pesante in Iraq, uccidendo il numero uno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, Qassem Soleimani e Mahdi al Muhandis, detto l’Ingegnere, vicecomandante delle Al-Hashd Al-Sha’abi non è stata affrettata come qualcuno sostiene ma  stata a lungo programmata perché contemporaneamente abbiamo visto il dispiegamento di quasi 5.000 uomini tra Kuwait e Iraq e soli 750 paracadutati in Iraq. 

Diversa considerazione si ha sulla efficacia di tale mossa. I giocatori di scacchi solitamente, quelli bravi, impiegano fino all’ultimo minuto a disposizione prima di fare una mossa, questo garantisce un migliore studio delle possibili mosse dell’avversario. 

Qassem Soleimani, infatti, era molto amato e stimato da Siria, Libano, Iran e parte degli iracheni, e soprattutto aveva amici importanti nelle milizie e gruppi militari e para militari di mezzo mondo. Non a caso i primi a rispondere facendo le condoglianze al mullah Kamenei sono stati gli Houthi dallo Yemen; Hamas dalla striscia di Gaza, le Tiger Forces (siro-Arabe) che combattono con Assad sotto regia russa a Idlib e ovviamente tutti i gruppi iracheni legati alle PMU (Al-Hashd Al-Sha’abi).

L’Iran ha minacciato che vendicherà Soleimani e ha nominato alla presenza di Khamenei che per la prima volta è andato ad una riunione del Consiglio di Sicurezza Iraniano, l’eterno numero due di Soleimani, il Generale Ismail Qa’ani, che tra le altre guerre ha combattuto in Siria contro Daesh, proprio in sostituzione di Soleimani quando questo è stato gravemente ferito durante la controffensiva Daesh. Chi conosce Ismail Qa’ani sostiene che non subito ma comunque a breve farà passare molti cadaveri americani in Medio Oriente. E lui stesso in una dichiarazione lo ha promesso. Non appena gli USA abbasseranno la guardia arriverà l’attacco in grande stile, questa è la promessa.

L’Iran in qualche modo deve rispondere, non può far passare sotto silenzio l’uccisone del suo numero uno militare, nel mondo islamico. Potrebbe essere un attacco ad una nave, il lancio di missili contro l’Arabia Saudita per mano Houthi, l’assalto alle raffinerie a Wasit o a Bassora, dove le PMU contano; o ancora qualche scontro sulla striscia di Gaza. O la recrudescenza in Iraq in città come Nassiriyah o Dhi Qar, molto sensibili al tema. 

L’Iran ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, giorni in cui si decideranno le prossime azioni. Lavrov, ha chiamato Pompeo e si è offerto di mediare con l’Iran, e Pompeo ha detto che gli Usa sono disposti a dialogo per evitare un’ulteriore escalation; Nency Pelosi, numero uno del Congresso Usa si è affrettata a dire che il Congresso non sapeva. Insomma si cerca di mettere una pezza al danno fatto. 

Nel frattempo gli USA si sono accaparrati la nomina per le Al-Hashd Al-Sha’abi, in sostituzione di Al-Muhandis di Hadi Al-Amri, che è sciita, vicino all’Iran ma molto più vicino alle istanze irachene e soprattutto non ostile agli USA. 

Inoltre è schizzato il prezzo del petrolio e dell’oro, bene rifugio in odore di guerra. Ed è proprio questo che preoccupa di più, che gli Stati Uniti abbiano intenzione di ricorrere alla forza per sedare gli animi innescando l’ennesima “proxy war” in Medio Oriente che di certo non è nell’interesse de cittadini Medio Orientali né dell’Unione europea tantomeno dell’Italia, entità statale che al momento non ha proferito parola ma che tramite l’ENI è presente e operativa in Iraq.

Graziella Giangiulio e Antonio Albanese