La Francia ha tre milioni di disoccupati in più

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FRANCIA – Parigi. La Francia, nazione con gli standard di vita tra i più alti al mondo, si trova a vivere una profonda contraddizione tra la “fame di lavoro” che assilla la società e il suo senso di grandeur che male convive con questo disagio sociale.

Il suo sistema di welfare è tra i più generosi al mondo. Il suo sistema di trasporto stradale e ferroviario comporta che le aziende del Paese sono, di fatto, a poche ore di distanza dai suoi mercati fatti da decine di milioni di potenziali clienti. È leader dei beni di lusso ed è tra le destinazioni turistiche più importanti al mondo. Ma a leggere bene tra le cifre di questo splendido Paese, la disoccupazione è da 14 anni ai massimi livelli, la presenza della Francia nei mercati dell’export è in declino, e nessun governo in trent’anni ha saputo creare un avanzo di bilancio, ma al contrario ha prodotto un debito pubblico grande quasi quanto l’intera produzione nazionale. Nel suo rapporto uscito a novembre, Louis Gallois, l’industriale incaricato dal presidente Francois Hollande di affrontare la calante competitività Francia, ha lanciato un grido di allarme: «L’industria francese ha raggiunto la soglia critica al di sotto della quale si rischia di collassare». La crisi del debito della zona euro ha lumeggiato la situazione della Francia. Il Fondo monetario internazionale ritiene che la Parigi potrebbe subire la stessa sorte di Italia e Spagna, Paesi in preda ad una profonda crisi del sistema economico. Moody e Standard and Poor hanno tolto il debito francese della sua tripla A.

Diagnosticare i mali della Francia ha creato, addirittura, un intero nuovo genere letterario: i “declinologues”. Dal 1980 ad oggi, in Francia, i governi di sinistra e di destra hanno scelto di intervenire direttamente nel settore economico: forti aumenti della spesa pubblica hanno contribuito a facilitare “scossoni” sociali e nel mondo del lavoro, ma che ha creato un’impennata del debito nazionale dal 20 per cento della produzione nel 1980 al suo attuale record del 91 per cento. In trent’anni, i costi del lavoro francesi sono tra i più alti dell’Unione europea assieme a quelli di Svezia e Belgio.

Un’elevata produttività dei lavoratori avrebbe potuto compensare il loro costo crescente. Ma decisioni come il taglio nel 1997 della settimana di lavoro da 39 a 35 ore, ha significato che molti francesi hanno iniziato a lavorare effettivamente di meno. Il documento del 2008 sulla “crescita francese” di Jacques Attali, ex consigliere del presidente socialista Francois Mitterand, ha mostrato che mentre i francesi vivevano circa 20 anni in più di quanto non accadesse nel 1936, lavoravano, però, 15 anni in meno, un gap descritto come “35 anni di inattività in più”.

D’altronde per mantenere lo stesso livello di produttività, bastava semplicemente assumere più persone, lo scopo della settimana di 35 ore, dopo tutto, era quello di ridurre la disoccupazione, richiedendo ad un maggior numero di lavoratori di fare lo stesso volume di lavoro. Le leggi francesi che rendono difficile licenziare i lavoratori hanno creato l’effetto perverso per i datori di lavoro di ridurre l’offerta di contratti a tempo indeterminato, equivalente, in molti casi, a un posto di lavoro fisso per tutta la vita.

L’imprenditoria francese preferisce utilizzare contratti a tempo determinato quando ha bisogno di manodopera, creando per milioni di francesi quell’insicurezza nel lavoro che con la legge si sarebbe dovuta evitare. Oggi, se la maggioranza dei lavoratori francesi può ancora beneficiare di un contratto a tempo indeterminato, tre su quattro neo assunti hanno un contratto a tempo determinato, spesso per non più di un mese.

La duplice realtà del mercato del lavoro è una zavorra pesante sull’economia francese:un mercato del lavoro rigido da un lato ma pieno di lavoratori poco “addestrati” e demoralizzati.

Per l’Ocse, la soluzione è semplice: i lavoratori a tempo pieno dovrebbero lasciare parte della loro sicurezza lavorativa ai precari, accettando contratti più flessibili, in nome degli ideali di “Libertà, uguaglianza e fraternità”.

Negli ultimi 30 anni, secondo gli esperti, la Francia è diventata de facto due Paesi: la Francia degli “addetti ai lavori” e la Francia degli “outsider”. È difficile riformare il sistema perchégli “addetti ai lavori” sono determinati a lasciare fuori tutti gli altri nella classica teoria sociologica dei cerchi.

Quelli “dentro” il sistema sono i lavoratori a contratti a lungo termine, che proteggono i loro interessi, e le aziende per lo più di grandi dimensioni, che hanno trovato un modus vivendi con il sistema politico economico. Quelli “fuori” sono l’esercito crescente di lavoratori a contratto temporaneo, le imprese di piccole dimensioni che non hanno le economie di scala per soddisfare l’alto costo del lavoro, e, naturalmente, la Francia ha tre milioni di disoccupati in più.