LIBANO. La crisi che potrebbe incendiare il Mediterraneo

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Ripubblichiamo il servizio che Radio Sparlamento, e Cristina Del Tutto, il suo direttore, hanno dedicato alla recente puntata di Risiko, l’approfondimento radiofonico su temi di Difesa e Sicurezza che AGC Communication realizza assieme a Radio Sparlamento, dedicato alla crisi che sta devastando il Paese dei Cedri.

È possibile ascoltare il podcast della puntata direttamente sul sito di Radio Sparlamento, come indicato in fondo al servizio.  

La crisi libanese rivela importanti mutamenti geopolitici, che lasciano intravedere inquietanti scenari internazionali. Il collasso economico del Libano può essere considerato un disastro annunciato, in un Paese in cui gli intrecci tra aspetti politici, religiosi e finanziari, hanno creato con il tempo pericolose contraddizioni.

Come ci spiega Graziella Giangiulio – condirettore di AGC Communication – in Libano per anni la politica ha viaggiato su binari diversi rispetto all’economia e alla finanza. Basti pensare che nel periodo 2010/2011, durante la grande recessione, le 54 banche libanesi avevano depositi bancari per 128,9 miliardi di dollari, addirittura il 12% in più rispetto al 2009. Un trend che è proseguito fino al 2018, quando ancora i depositi superavano di ben tre volte il Pil nazionale. Questa condizione si è potuta realizzare in quanto il Libano negli anni è riuscito ad attirare importanti investitori stranieri, soprattutto da paesi quali la Russia, l’Iran e Siria.

Un personaggio chiave per la tenuta di questo sistema finanziario – chiarisce il condirettore Giangiulio – è stato il governatore della Banca centrale libanese, Riad Salameh, che per oltre 26 anni è riuscito a tenere in piedi il sistema attraverso “prodotti di ingegneria finanziaria” nonché, a partire dal 1997, collegando la lira libanese al dollaro con un cambio fisso di circa 1.500 LBP per un dollaro. La corruzione endemica nel paese ha contribuito a fare il resto, almeno fino a quando la comunità internazionale è intervenuta per smantellare questo sistema finanziario. Le sanzioni americane hanno definitamente affossato il circuito finanziario che sosteneva il Libano. In seguito, la mancanza di liquidità e l’inflazione alle stelle hanno costretto lo scorso 9 marzo il Premier, Hassan Diab, ad annunciare la decisione di sospendere il rimborso del debito per poter soddisfare le esigenze dei suoi cittadini.

E, infatti, a subire le drammatiche conseguenze di questa grave crisi economica è la popolazione libanese, ormai allo stremo. In un Paese estremamente dipendente dalle importazioni per la sua sussistenza ( si parla di 600 milioni di dollari al mese solo per le materie di base), ci troviamo oggi con 6 milioni di persone, di cui oltre 1 milione sono profughi palestinesi e siriani, che non riescono a provvedere al proprio sostentamento. La pandemia da Covid-19, si è abbattuta sulla popolazione libanese come un flagello.

Il Fondo Monetario Internazionale e gli altri organismi internazionali confermano la linea dura, almeno fino all’avvio delle riforme richieste: in materia di giustizia ( ancora amministrata su base religiosa), sistema finanziario e sistema elettrico ( che non riesce a garantire energia continuata alla popolazione durante la giornata).

C’è da domandarsi – fa notare Antonio Albanese, direttore di AGC Communication – quanto sia fattibile chiedere in questo momento le riforme ad un Paese che è stato dilaniato dalla guerra civile, la cui rappresentanza politica a tutti i livelli è ancora decisa su base etnico-religiosa (tra cristiani, sciiti e sunniti), che si trova a gestire il gigantesco problema dei profughi e a convivere con una corruzione endemica. Oltretutto, chi dovrebbe fare le riforme, dal momento che negli ultimi mesi si sono dimessi tre ministri e, dopo l’esplosione del 4 agosto, ha rassegnato le dimissioni anche il Primo Ministro Hassan Diab, che era considerato l’uomo della provvidenza?

Ed è proprio a questo punto che la disamina di AGC Communication, si fa più interessante.

Anzitutto. Perché il FMI ha chiesto al Libano la riforma del sistema elettrico? Ci spiega Graziella Giangiulio che la società elettrica libanese dalla fine della guerra civile ha creato uno spaventoso debito di circa 37 miliardi di dollari (il 40% del debito pubblico). Anche se non ci sono prove certe – ci racconta il condirettore Giangiulio – sembrerebbe che il Libano per anni abbia comprato energia a costi elevati, quando avrebbe potuto trovare approvvigionamenti più a buon mercato, per “mascherare” l’acquisto di materiale bellico proveniente da quei Paesi che gli vendevano l’energia a costi esorbitanti. E’ la stessa accusa che, ad esempio, viene mossa all’Iraq in riferimento all’acquisto a prezzi elevatissimi di energia da Teheran, a seguito del “ritrovamento” in territorio iracheno di armi e munizioni provenienti “sottobanco” dall’Iran.

Ma veniamo all’aspetto più pericoloso, che dovrebbe mettere in allarme la comunità internazionale.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah – ci racconta il direttore Albanese – lo scorso giugno, davanti alle telecamere della tv Al-Manar, ha avanzato la soluzione più probabile e a portata di mano per ovviare alla mancanza di liquidità del Libano. “Le aziende cinesi” ha dichiarato Nasrallah, “sono pronte ad iniettare denaro in questo Paese”. Il leader di Hezbollah ha svelato così le mosse della Cina, pronta ad investire nella costruzione della ferrovia costiera libanese che collegherebbe Naqoura fino a Tripoli, ai confini con la Siria. I cinesi, inoltre, si sono resi disponibili a costruire una nuova centrale elettrica per evitare i continui blackout. Dettaglio di non poco conto.

A questo punto è necessario un inciso. Il fondo britannico Ashmore, specializzato nell’acquisizione di debiti delle economie emergenti, controlla la maggior parte dei 31 miliardi di debito in eurobond del Libano. Andando a scavare, si scopre che questo Fondo è partecipato dal colosso cinese Alibaba. La Cina potrebbe, quindi, comprarsi il Libano sempre problemi utilizzando Alibaba, perché allora costruire infrastrutture in Libano investendo milioni in liquidità?

Perché il Libano – ci ricorda il direttore di AGC Communication – rappresenta l’accesso a sud del Mediterraneo della Via della SetaCi sono accordi già sottoscritti da una parte tra la Cina e la Siria, per la costruzione di autostrade e ferrovie che attraverseranno tutto il Paese ( a cui si procederà appena saranno pacificate le zone interessate); dall’altra tra la Cina e l’Iran, per un’imponente progetto infrastrutturale che impegna Pechino con 400 milioni di dollari. Se il Dragone cinese avrà modo di mettere i suoi artigli sul Libano, potrà creare un’infrastruttura che attraverserà tutta la Siria per arrivare a Beirut, cioè sul Mediterraneo. L’Iran, inoltre, potrà da parte sua realizzare il sogno di creare un’autostrada tra Beirut e Teheran.

Ancora una volta l’Occidente, mentre pensa sul farsi, lascia i fianchi scoperti alla Cina, che nella sua grande opera di ricostruzione del Celeste Impero non lascia nulla al caso e non manca di intervenire ogni qual volta una crisi arriva a scompaginare i precari equilibri in Medio Oriente. In questa situazione, ad essere di difficile comprensione sono gli obiettivi e le priorità dell’Occidente. “Dio protegga il Libano”, ha affermato l’ormai ex Primo Ministro libanese, Hassan Diab, dopo aver rassegnato le sue dimissioni a seguito dell’esplosione al porto di Beirut. Ma non è della provvidenza che i libanesi hanno bisogno in questo momento, e nemmeno essa può essere incolpata per quanto avvenuto e quanto dovrà ancora accadere. C’è bisogno di uomini che interpretino la politica e il futuro dell’umanità con buon senso e lungimiranza.

Per quanti siano interessati a conoscere i primi esiti delle indagini sull’esplosione del 4 agosto al porto di Beirut e gli “intrighi” internazionali che si possono scorgere dietro questo disastro, consiglio di ascoltare l’ultima parte del podcast.