Kosovo. Il fuoco sotto la cenere

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KOSOVO – Pristina 21/07/2014. Kosovo, un paese grande poco più di una regione italiana, situato a poca distanza dall’Italia stretto tra la Serbia, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia o meglio, per evitare disconoscimenti, FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia – Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia), che ancora non ha avuto un pieno riconoscimento internazionale.

Attualmente è un territorio amministrato dall’ONU, ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza il 17 febbraio 2008, riconosciuta solo da 108 paesi, naturalmente non dalla Serbia che continua a considerarlo una sua provincia autonoma. In questo momento storico in cui le attenzioni dei media sono rivolte al Medio Oriente, zona calda per eccellenza, questa regione dell’Europa rischia di non trovare spazi e motivi per dare notizia, eppure anche qui cova un fuoco sotto la cenere, tenuto sotto costante monitoraggio e controllo dalle forze internazionali, ma non possiamo per questo ritenerlo fuori dal pericolo di possibili disordini.
Non esiste altro modo per conoscere la verità se non quella di riempire uno zaino ed addentrarsi nella vita e cultura che forse altro non chiedono se non di essere raccontate. I primi segnali della complessità e della povertà di questo paese si possono vedere già allo sbarco in aeroporto, minimalista e spoglio, della capitale Pristina, poco più di un’ora di volo ma sembra di sbarcare nel nostro recente passato, simile ad una cartolina del dopoguerra che si delinea lungo strade strette e dissestate in cui piccoli borghi lasciano intravedere muri senza intonaco, costruzioni che attendono di essere ultimate, solo nelle città maggiori la vita prende una dimensione diversa, ma per raggiungere un equilibrio sociale e politico tanta strada ancora rimane da percorrere.
La presenza italiana con il nostro contingente schierato al comando del settore occidentale del Kosovo, presso la base Villaggio Italia, sede del Multinational Battle Group West con unità slovene, austriache e moldave, è molto importante sia come figura di interposizione che di supporto alla popolazione. A giugno vi è stata la cerimonia di avvicendamento del contingente tra il 52° Reggimento Artiglieria Torino e il Reggimento Lancieri di Montebello a cui hanno partecipato il Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, il Comandante di KFOR Generale di Divisione Salvatore Farina, l’Ambasciatore d’Italia in Kosovo S.E. Andreas Ferrarese, e numerose autorità religiose, militari e civili. Il generale Bertolini ha voluto proprio sottolineare nel suo discorso che «La presenza militare italiana in Kosovo, iniziata nel 1999, ha conosciuto negli anni una progressiva evoluzione, via via che si andava modificando il quadro di sicurezza reale sul terreno. È stato un impegno ispirato al massimo rispetto per le popolazioni di queste terre, così importanti per la storia del nostro antico Continente Europeo e per il nostro stesso paese. Ci tengo a precisare che la missione non si esaurisce nella pur nobile funzione della difesa e della sicurezza, quasi fossimo un passivo strumento per fronteggiare le emergenze, una specie di protezione civile con le stellette a cui ricorrere – con fastidio – quando proprio non se ne può fare a meno. Al contrario, le Forze Armate nel mondo odierno sono prima di tutto un potentissimo strumento di politica estera senza il quale, ogni paese che tale politica voglia esprimere o anche semplicemente tutelare la sua immagine ed i suoi interessi in ambito internazionale, sarebbe pressoché impotente. E questo lo vediamo ogni giorno nei diversi teatri operativi nei quali i nostri soldati operano, proponendosi quali rappresentanti di assoluto livello del nostro paese, ed imponendosi all’attenzione di alleati e popolazioni locali per virtù, che a sentire gli squallidi resoconti di alcuni dei nostri media, sembrerebbero – a torto – estranee alla nostra civiltà».
Il fatto di essere italiani aiuta molto, per quella grande capacità di adattamento e rispetto della cultura e delle abitudini locali. Anche l’attuale comandante di KFOR è appunto un italiano, Generale Salvatore Farina e sarà italiano anche il prossimo leader della forza NATO, proprio a conferma di quella necessità di equilibrio e accettazione di una struttura che per quanto attenta a non diventare invasiva mostra la sua costante presenza sul terreno con uomini e mezzi. Il comandante del Reggimento Artiglieria Torino, colonnello Antonio Sgobba, prima di lasciare il comando al suo parigrado, colonnello Angelo Minelli, in una intervista ha tracciato il profilo della missione specificando che sono stati assolti tutti gli impegni militari previsti dal mandato, ma che bisogna sottolineare l’impegno rivolto alla popolazione locale che sta anch’esso alla base della riuscita della stessa. «Tra le tante attività abbiamo promosso un Convegno, in collaborazione con il sindaco di Peja, sulla sindrome di down per creare una maggiore attenzione nei confronti di questi ragazzi, per migliorarne le condizioni, in quanto qui vi è scarsa attenzione al problema. Abbiamo avviato dei corsi di formazione di ristorazione e per pizzaioli, per dare ad alcuni ragazzi la certificazione di un mestiere e attraverso l’Associazione Rugova corsi di trekking, arrampicata e per guide alpine con il supporto dei nostri militari. Grazie poi ad una donazione della Federazione Italiana Tennis abbiamo potuto concretizzare un corso per 25 bambini di famiglie meno abbienti, di ogni etnia e religione, che hanno partecipato gratuitamente alle lezioni di mini-tennis, con il supporto dallo staff del circolo tennis di Peja, seguiti dal capitano Gianluca Greco, che ha la qualifica di istruttore federale. L’attività rientra nel quadro di una serie di iniziative della cooperazione civile e militare del contingente italiano, promosse per avviare le giovani generazioni kosovare alla pratica di discipline sportive» ha concluso il colonnello.
Per cercare di dare concretezza, se mai fosse possibile darle ad una guerra, alle ragioni che hanno generato l’attuale situazione del Kosovo ho cercato di dare voce alle diverse realtà presenti sul territorio, a cominciare da Momcilo Savic, rappresentante della comunità serba del villaggio di Belo Polje, un piccolo agglomerato di case con una cinquantina di abitanti, erano 1800 i residenti prima della guerra. Davanti ad un conflitto spesso non ci sono vincitori, soprattutto nella popolazione, racconta la quotidianità di una vita difficile dove manca il lavoro, la comunità si sostiene grazie al contributo che alcuni ricevono direttamente dalla Serbia e dal loro lavoro nei campi. La sua casa è umile contornata da terreni in parte coltivati e di pezzature destinate all’allevamento di animali da cortile. Dice di essere tornato in queste terre perché questo è il luogo che ha dato i natali al suo bisnonno, poi a suo nonno e a suo padre; si rammarica del fatto che non riesce a garantire un futuro ai giovani della sua comunità. Sente di appartenere a questa terra e questa terra appartiene a lui e non vorrebbe andare da nessuna altra parte. Non risponde alla domanda se abbia mai ricevuto minacce da parte degli abitanti a maggioranza albanese, ma fa comprendere che l’essere minoranza pesa e sostiene che per cambiare qualcosa in questo paese, che è anche il suo, è necessario avviarsi verso la modernità creare infrastrutture e dice vorrebbe «fare gemellaggi con alcune città italiane, scambiare esperienze, solo così forse potremmo trovare una via di uscita».
Un altro anello importante è la religione, qui la maggioranza, il 95%, è musulmana come dice appunto il Mufti della città di Peja, Muzli Arifaj, sostiene che per gli albanesi la religione non è mai stata motivo di allontanamento, storicamente la società è composta da cattolici, ortodossi e musulmani e la religione è un fatto personale. «Da 500 anni e oltre conviviamo insieme e non ci sono mai stati problemi, non possiamo pensare di odiare una persona perché appartiene ad un’altra religione. Questo ci rende un po’ speciali perché non mischiamo i sentimenti religiosi con quelli della nazione». Lui in quanto religioso può intervenire solo se interpellato personalmente da chi intende avvalersi del suo intervento, lo stesso matrimonio, se fatto solo davanti a lui in moschea, non ha valenza giuridica. Gli domando quanti ragazzi kosovari si sono uniti all’esercito libero siriano, chiamati da quella parte dell’islam estremista, mi risponde che non conosce il numero, ma crede non sia elevato e comunque certo non maggiore di tanti altri paesi, europei compresi. «Noi non accettiamo, non condividiamo, li invitiamo a non unirsi a questa guerra. La loro è una scelta personale che non abbiamo il potere di fermare, così come personalmente non conosco le motivazioni che li spingono a partire» aggiunge poi. Riguardo al pericolo dell’islam di origine integralista che starebbe sbarcando dal Medio Oriente, dice di non saperne nulla, ma i numerosi cantieri aperti per la costruzione di nuove moschee sono tanti ed è difficile non credere che questo sia possibile solo grazie ai finanziamenti che giungono dall’altra parte del Mediterraneo. Poi attraverso dichiarazioni raccolte a caso fra la gente emerge che il numero dei giovani in abiti tradizionali e dalla lunga barba sia aumentato, tesi avvalorata dall’incontro con l’assistente dell’imam della moschea di Prizren che con disinvoltura mi racconta di aver studiato in Qatar grazie ad una borsa di studio messa a disposizione da questo paese per far studiare i giovani di altre nazioni nelle loro scuole religiose, dove l’indottrinamento è di ben altro genere.

Per rimanere in ambito religioso una delle tappe è il monastero di Decane (a sinistra), un grande sito della chiesa ortodossa a 12 km da Peja (Peć in serbo), nel 2004 è entrato a far parte del Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ed è sotto protezione delle NU e di KFOR. Trenta monaci vivono entro le mura mantenendo viva la secolare tradizione; al momento non si è riusciti a giungere ad un accordo tra la comunità serbo ortodossa e la municipalità di Decane su una lunga questione di proprietà, e per una situazione ancora instabile, il monastero è ancora sotto la protezione militare degli italiani (essendo situato nella regione ovest). I monaci ringraziano i soldati per la loro presenza, ma non si avventurano in nessun commento, lasciando che a parlare siano la bellezza degli affreschi della chiesa e il silenzio del chiostro che rende questo luogo silenzioso speciale, immerso nel verde ai piedi della montagna. Voglio ricordare gli occhi straordinariamente profondi di un monaco che mi ha regalato una croce dicendomi spero di rivederti ancora, donandomi una delle più belle sensazioni di questo viaggio. Grazie al processo di stabilizzazione questo è l’ultimo sito serbo ortodosso sotto protezione militare, in passato se ne contavano 34, ora passati nelle mani della sicurezza locale.
Sempre a Peja incontro Pren Marashi, ex combattente dell’UCK – Ushtria Çlirimtare e Kosovës nome albanese dell’Esercito di Liberazione del Kosovo – attuale segretario dell’Associazione dei veterani dell’UCK della città che ha un numero di associati, a livello nazionale, che si aggira intorno ai 27mila. Sottolinea che la sua associazione non si occupa di politica, ma solo dei diritti dei veterani e degli invalidi. Vuole sfatare ogni possibile pensiero che inserisce l’UCK in una organizzazione che ha la guerra nel sangue e dichiara con fermezza che il giorno più fortunato della sua vita è stato quello in cui la guerra è finita. «Noi non abbiamo mai disdegnato l’importanza del contributo della comunità internazionale e ringraziamo l’Italia per questo. La nostra organizzazione ha una priorità quella dell’unità e della crescita democratica del Kosovo. Aspiriamo all’unione nazionale con l’Albania, non siamo schierati politicamente ma sosteniamo i candidati che condividono i nostri principi, a qualsiasi partito appartengano, come veterani e come tutti coloro che rispettano il sacrificio e il sangue versato per questo paese». Incontrare i combattenti ha sempre un suo fascino, per le forti motivazioni con il quale sostengono le loro idee e per l’impegno con il quale danno loro concretezza. Anche Nemhi Lajai, Presidente dell’Associazione di Peja, evidenzia il fatto che nei Balcani non si troverà una soluzione sino a quando l’Europa e la comunità internazionale non comprenderanno che è stata una guerra di liberazione e che tra la loro guerra e quella della Serbia c’è una forte e sostanziale differenza, perché la loro azione era proiettata alla difesa dei territori, mentre i serbi volevano annientare la razza albanese e lo hanno dimostrato usando inaudita violenza sulla popolazione civile, su bambini e anziani ritrovati bruciati vivi nelle loro case o fortemente brutalizzati. Secondo Lajai la soluzione resta solo una: «Non siamo nazionalisti, siamo stanchi delle guerre e tutti i nostri tentativi sono rivolti a porre fine a questi conflitti. Una volta che tutti gli albanesi saranno uniti e l’Albania sarà allo stesso livello degli altri paesi della regione non ci saranno più guerre. Questa è la soluzione non ce ne sono altre». Pren Marashi si proietta sul futuro e dice che forse 15 anni per dimenticare le atrocità sono troppo pochi, ma le generazioni crescono in fretta e il popolo albanese non fonda le sue radici sulla vendetta. «Noi abbiamo bisogno dell’UE quanto l’UE ha bisogno di noi. Sicuramente siamo più europei di tanti altri paesi che già ne fanno parte. Chiediamo alla comunità internazionale di rispettarci, di rispettare il nostro sacrificio e di non paragonare i criminali con i combattenti della libertà».
Per completare il panorama di questo variegato paese incontro alcune comunità rom, la loro presenza si aggira intorno al 2% sul totale della popolazione, appartengono a diverse etnie in base alla loro provenienza come per esempio askali, turchi e gorani. Vivono sparsi in alcuni villaggi o strutture di fortuna, difficilmente integrati nel sistema paese. In pattuglia con i militari italiani mi inoltro in una di queste, un ex carcere a Gurrakoc un villaggio del comune di Istok. Una strada senza uscita conduce ad un cancello al cui interno erbacce e sporcizia sono ovunque, all’interno della struttura, i muri umidi delle vecchie celle adibite a dimore per l’intera famiglia, emanano un odore non piacevole, lo stato di degrado è elevatissimo, i servizi igienici (si fa per dire) sono comuni mi domando come sia per loro possibile utilizzarli in quanto i pavimenti sono inondati di liquami, e le perdite dei rubinetti ne aumentano l’umidità. Il capo della comunità, Gazmend, mostra con un certo pudore la povertà e la sua dimora poco accogliente, ringrazia i ragazzi del contingente italiano che periodicamente portano loro dei viveri e beni di prima necessità; anche in questa occasione i ragazzi della scorta gli consegnano alcune scatole che poi lui provvederà a distribuire alla comunità. Alle volte l’importanza della comunicazione passa anche attraverso questi piccoli gesti di solidarietà che certo non possono da soli risolvere il problema, ma sono un esempio importante che fa del militare italiano un modello da seguire non solo in questo paese, tutto sommato tranquillo, ma anche in altre realtà ben più complesse. Sentir raccontare le storie di questa gente lascia nel cuore un certo disagio, perché sono piene di dolore, vite proiettate nella ricerca di un futuro irraggiungibile, una stabilità che non sarà forse loro mai consentita. Anche i bambini qui paiono silenziosi, si avvicinano con discrezione incuriositi dagli scatti della digitale, si divertono nel vedere la loro immagine riprodotta con qualche smorfia, ma i loro occhi non hanno voglia di sorridere. A Serbobran, altro villaggio poco distante, vive un’altra comunità rom, incontro parecchi ragazzi e bambini che ci corrono incontro, sicuramente il fatto di occupare una sede più accogliente toglie dai loro occhi quel velo tristezza che avevo visto a Gurrakoc. Hanno un grande desiderio di comunicare, di essere loro i protagonisti per alcuni istanti e si fanno fotografare, poi sgomitano e si strillano l’un l’altro per arrivare a consegnarmi un bigliettino in cui hanno scritto il loro nome perché così posso trovarli su facebook, mi dicono e mandargli la nostra foto insieme. Le case di questo villaggio sono decorose, anche se anche qui i racconti degli adulti sono fatti di storia e di storie. Alcuni avevano provato a spostarsi in altri paesi europei, ma poi hanno deciso di tornare, perché questa è la loro casa; durante il conflitto alle volte venivano assoldati dalle diverse fazioni, mantenendo comunque la propria identità rom. La capacità di sopravvivenza di queste comunità rimane un mistero, una donna anziana dice che non trovano lavoro perché nessuno risponde alle loro richieste e alla domanda “Di cosa vive la comunità?” la risposta è semplice e secca: “Di immondizia”. In tanti, bambini compresi, la mattina partono per le discariche dove cercano di recuperare qualche bene possibilmente riutilizzabile, vendibile.
Quando ci si trova davanti a tante piccole o grandi tragedie, si può cercare di comprendere e di dare una visione, la più ampia possibile, ma la guerra rimane tale da qualsiasi lato la si guardi e davanti alla morte di tanti innocenti ci si può solo fermare in silenzio perché nessuno potrà restituirgli la vita, e ai sopravvissuti non potrà essere cancellata la sensazione di paura. Oggi il Kosovo è un paese che vive in una relativa pace, grazie alla presenza dei militari di KFOR che fanno da barriera e mantengono la stabilità. Ci si domanda in caso di ripiegamento di queste forze saranno in grado di continuare a dialogare e creare le basi per un futuro in armonia tra le varie realtà? Ancora non c’è una risposta e mi rendo conto che descrivere tutto in poche righe non è una impresa semplice, cercare di prevedere il futuro è prematuro e il loro presente è rappresentato da un buco nella cartina geografica perché parliamo di una piccola porzione di Europa che attende il riconoscimento della sua stessa esistenza.
Ma cosa è accaduto in questa regione? Facendo un passo indietro nel passato recente, torniamo al 1989 quando, il 28 giugno, durante l’anniversario dei 600 anni della prima battaglia di Kosovo Polje, Milošević l’allora Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un duro discorso nei confronti dell’etnia albanese che portò poi all’assimilazione della provincia e alla chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e la loro sostituzione, insieme ai funzionari amministrativi, con altrettanti filo serbi. La popolazione albanese inizialmente reagì con una resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo – LDK di Ibrahim Rugova, stabilì istituzioni e scuole separate e dichiarò il 2 luglio 1990 la Repubblica del Kosovo, che ottenne conformità solo dall’Albania. La consultazione, attraverso un referendum, sulla causa dell’indipendenza, registrò una partecipazione dell’80% della popolazione e il 98% di voti a favore, anch’esso però, pur svolto alla presenza di osservatori internazionali, rimase senza riconoscimento. Nel 1995, dopo la guerra di Bosnia-Erzegovina alcuni albanesi kosovari si unirono alla lotta armata indipendentista guidata dall’UCK, alla quale Belgrado rispose con violenza e durezza ritenendosi, in quel territorio, Stato sovrano ed ebbe così inizio la repressione cruenta di Miloševič contro i kosovari di etnia albanese; le vittime furono tantissime si parla addirittura di 12mila morti tra gli albanesi e 5mila tra i serbi, pesante anche la distruzione di case, scuole, moschee e altri edifici. Molti cittadini fuggirono in Albania e in Macedonia. Nel 1999 scoppiò un vero e proprio conflitto armato tanto da richiedere l’intervento delle forze internazionali a difesa della popolazione albanese del Kosovo.
Così in base alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244 del 1999 il Kosovo fu posto sotto protettorato UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo) che autorizzava la presenza di una forza di mantenimento della pace guidata dalla NATO. Il paese riuscì a formare il suo primo governo e parlamento provvisorio, ma comporre la situazione non fu cosa semplice, si riuscì però a fermare la violenza e creare una sorta di tolleranza nei confronti delle minoranze, in particolare quella serba. Le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea parlamentare si tennero nel novembre del 2007 insieme alle amministrative, che però furono boicottate dall’etnia serba, in generale ebbero una bassa affluenza alle urne; prevalse il Partito democratico, PDK con Hashim Thaci, ex capo dell’UCK, che superò LDK fondato dal primo presidente kosovaro Rugova, che era morto nel gennaio 2006. Thaci compose un governo di coalizione, chiaramente proiettato verso l’etnia albanese, intenzionato a gestire il processo di indipendenza proclamato poi a febbraio 2008. Nello stesso anno l’Unione Europea approvava l’invio di una missione internazionale nel Kosovo, che andava a sostituire quella UNMIK con l’obiettivo di accompagnare il paese alla transizione. EULEX, composta da circa 2000 uomini di cui 200 italiani, ha il compito di sostenere le istituzioni del paese nel mantenimento della sicurezza, nella gestione delle dogane e nell’amministrazione della giustizia. Per quanto riguarda la Serbia, che dichiara il Kosovo sua provincia autonoma, ha invece istituito al suo interno un Ministero per il Kosovo Metohije, proprio per gestirne la responsabilità.
Ed è in questo contesto che si inserisce la Kosovo Force o KFOR, la forza militare internazionale a guida NATO. È entrata in Kosovo il 12 giugno del 1999 su mandato delle NU, dopo l’adozione della Risoluzione 1244, con il compito di svolgere un’azione di deterrenza, in favore della libertà dei cittadini e soprattutto per contribuire al consolidamento della pace ed al processo di crescita civile di una società multietnica e multireligiosa. Nello specifico ha il compito di supervisionare il Military Technical Agreement, accordo fra KFOR ed il Governo della Serbia, che in sostanza regola le condizioni post belliche per evitare possibili escalation di violenze e scontri, assistere lo sviluppo delle Istituzioni locali, creare le condizioni di stabilità e porre le basi di cooperazione con le Istituzioni Internazionali.
Oggi il Kosovo è un paese proiettato verso l’Europa che investe le sue energie nella ricerca di normalizzazione, le ultime elezioni del giugno scorso dimostrano che i cittadini hanno voglia di democrazia, che cercano di scrollarsi di dosso il pesante passato. Ho incontrato il Generale Farina (a destra), attuale comandante di KFOR, un italiano perché nei processi di stabilizzazione gli italiani continuano ad essere determinanti per la loro capacità di posizionarsi vicino alla popolazione e ai loro problemi, pur mantenendo autorevolezza e determinazione. In riferimento proprio all’ultima tornata elettorale il generale sostiene: «È stato un grande segno di unità democratica da parte della popolazione del paese, un segnale positivo e anche una dimostrazione di capacità ed efficienza delle varie unità preposte alla sicurezza. Una prova della volontà democratica del Kosovo che con una percentuale del 43%, con una partecipazione dei cittadini del nord superiore alle aspettative può avere una lettura ottimistica. Da un punto di vista militare tattico e non politico posso confermare che anche i cittadini del nord hanno voluto esprimere la loro preferenza, dimostrando apertura al dialogo e nei confronti dell’Assemblea parlamentare del Kosovo. L’assenza di incidenti rilevanti, grazie allo schieramento delle forze di sicurezza, della polizia europea e dalla polizia locale mostra il processo di crescita del paese; la presenza dei nostri soldati nella parte ovest, con i carabinieri a Mitrovica e in altre municipalità del nord hanno dato alla popolazione la possibilità di sentirsi libera di esprimere il proprio voto. Questo naturalmente non significa che il nostro impegno si sia concluso, continuiamo nel percorso di consolidamento della situazione».
A Mitrovica si può toccare con mano il simbolo della divisione, parliamo della barricata sul ponte Austerlitz. La caratteristica di questa città è proprio la sua spaccatura a metà: sono presenti ed eletti due sindaci, uno serbo a nord e uno albanese a sud proprio per quella ribellione serba che sino ad oggi non ha voluto arrendersi al governo di Pristina. Il colonnello Angelo Morcella, capo ufficio stampa di KFOR, davanti a questo emblema sottolinea che ci siano ormai le condizioni per la rimozione ma «l’esito politico non riguarda le forze internazionali impiegate per supportare la polizia del Kosovo. Il posizionamento di questi ostacoli, sulle strade di afflusso tra nord e sud, sono stati collocati in un momento storico in cui una minoranza serba a nord doveva far sentire la propria voce e le proprie ragioni. In realtà si tratta solo di un blocco psicologico, in quanto il passo è transitabile e sarà rimosso non appena la politica delle due parti deciderà di arrivare ad un compromesso». Le parole del colonnello Morcella sono state profetiche, infatti di li qualche giorno la barricata è stata rimossa, al suo posto sono state sistemate delle aiuole con piante e fiori a simboleggiare il cambiamento della percezione della sicurezza. L’ostacolo, composto inizialmente da blocchi di cemento e sassi coperti di terra e detriti, era stato posizionato in corrispondenza del lato nord del ponte Austerlitz sul fiume Ibar, che divide in due la città. A monitorare le operazioni di rimozione erano presenti i militari di KFOR e i Carabinieri del Reggimento MSU (Multinational Specializad Unit) sempre presenti h24 sull’Austerlitz Bridge. Questo evento lascia bene sperare per il futuro di questo paese e in un momento in cui ci sono guerre che stanno facendo strage di civili forse tutti abbiamo bisogno di credere che le soluzioni vanno cercate nel dialogo e nel reciproco rispetto.