KOSOVO. Ad aprile, Pristina ha rimpatriato 110 jihadisti ISIS

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Migliaia di apparenti stranieri a Isis sono detenuti in campi di detenzione curdi nel nord della Siria. La maggior parte dei paesi europei rifiuta di ricevere indietro i propri cittadini, compresa la Germania. Il Kosovo ha agito in modo diverso.

Il quotidiano serbo Telegraf riporta una intervista a Mensur Hoti direttore della pubblica sicurezza del Kosovo parla di un’operazione segreta condotta nella notte tra il 19 e il 20 aprile, con cui con un aereo che trasportava 110 cittadini kosovari, jihadisti Daesh, è atterrato a Pristina. Si trattava di prigionieri dei campi curdi nel nord della Siria. Persino i loro familiari non sapevano nulla del loro ritorno. 

Il Kosovo non ha relazioni ufficiali con i curdi dell’alleanza ribelle delle forze democratiche siriane, Sdf, che controllano una vasta area della Siria settentrionale. L’azione con i rimpatriati nel Kosovo è stata resa possibile dagli Stati Uniti. Gli americani sono alleati con i curdi e hanno dispiegato soldati all’aeroporto di Pristina e 32 donne, 74 bambini e quattro uomini sono sbarcati dall’aereo e sono saliti su autobus con i vetri oscurati. Gli uomini sono stati trasferiti nella prigione di Podujevo; donne e bambini sono stati trasportati a Vranidol per visite mediche e psicologiche.

Erano tutti in pessime condizioni, non solo mediche; i nuovi arrivati sembravano affamati e trascurati. Per le autorità il difficile sarà lavorare con le condizioni psicologiche e l’indottrinamento subito da queste persone.

Alcune donne ammettono che è stato un errore unirsi allo Stato Islamico, ma non capiscono perché ora si stanno preparando accuse contro di loro. Le donne affermano: «Eravamo in casa e non abbiamo fatto nulla (…) Non avevamo cattive intenzioni e abbiamo seguito i nostri mariti».

Affermano di non sapere nulla delle esecuzioni e di altre atrocità di Daesh ma hanno visto le atrocità della guerra; sperano di non andare in prigione e di volersi integrare nella società, ma anche di essere accettate così come sono, niqab compreso

Queste persone vengono seguite da un team di 20 psicologi e psichiatri che segue i rimpatriati e i bambini nel loro percorso di integrazione nella società kosovara. 

Tutti i bambini hanno più di sei anni e da settembre sono nelle scuole; nel programma per il reintegro dei bambini nella vita scolastica rientrano escursioni, parchi di divertimento e palazzetti dello sport per vedere quanto questi bambini siano preparati per una nuova vita. 

C’è un rischio per la sicurezza? E se sì, quanto è grande? L’antiterrorismo kossovaro ha fatto i conti: il paese balcanico non arriva a due milioni di abitanti, ma, in percentuale, nessun altro paese europeo è partito per il Califfato come il Kosovo: si stima che ce ne fossero più di 400.

Dal 2014, più di 150 sostenitori Isis sono stati arrestati; più di 80 di loro stanno scontando una lunga pena detentiva.

Più del 95% dei kosovari sono musulmani sunniti, seguono tradizionalmente l’Islam liberale; molti vivono in modo laico. Ma dopo la guerra del Kosovo del 1999, l’influenza delle correnti conservatrici è aumentata. Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo hanno cercato di far rivivere l’Islam in Kosovo e di politicizzarlo addestrando gli imam. A metà degli anni 2000, gli effetti dell’ideologia wahabita e salafita sono diventati visibili.

L’alta disoccupazione, la mancanza di prospettive per il futuro tra i giovani e la corruzione hanno fatto il resto: Il Kosovo è diventato un focolaio di radicalizzazione.

Antonio Albanese