Jihad dietro le sbarre

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ITALIA – Roma 31/03/2016. Il sistema carcerario in genere è un facile terreno di coltura per la radicalizzazione e il jihadismo.

Spesso ci siamo imbattuti in questo nesso nelle nostre ricerche a partire dall’origine stessa dello Stato Islamico, come abbiamo avuto modo di affermare nel nostro primo libro sul fenomeno Daesh. Oggi gli attentati di Parigi, prima, e di Bruxelles, poi, hanno un filo rosso che unisce tutti gli attori, tutti gli operatori dello Stato Islamico: il Carcere. Dall’esperienza carceraria comune a Camp Bucca deriverebbe la leadership Daesh: ospiti forzati del campo e altrettanto forzati a convivere, non potendosi eliminare a vicenda, apparati baathisti e jihadisti si “fusero” con i primi che si convertono ad una causa che unisce e promette onore e riscatto per la sconfitta umiliante subita. Sembrerebbe quanto sta avvenendo nelle carceri belghe, come riportato dal Washington Post del 27 marzo o quanto sta avvenendo nelle carceri statunitensi , come riporta il blog CounterJihadReport. Nell’ambiente delle prigioni, la forza del messaggio escatologico islamico e dell’esempio fornito dai “reclutatori” fa il resto.
Musica, recita e vita ordinata con regole precise danno un senso alla permanenza forzata e alla mancanza di libertà, forgiando la speranza di un riscatto in combattimento per giovani impressionabili e con scarsa o nulla conoscenza delle proprie radici etniche e religiose. È stato il caso per il gruppo di spedizione del Califfato di Parigi e per quello di Bruxelles. Nelle carceri Usa, riporta il blog Usa, vi è il rischio di radicalizzazione tra i prigionieri musulmani e tra coloro che possono essere convertiti all’Islam. In quelle Usa e in quelle belghe, come stanno facendo venire fuori una serie di approfondimenti usciti sui media stranieri in questo periodo di riflessione, anche i non musulmani si “sottomettono” alle regole del’Islam, pur non convertendosi, magari abbassando o spegnendo la televisione o non facendo confusione, durante gli orari di preghiera. Il ritmo quotidiano della vita diventa denuncia con sottomissione all’Islam. Un rispetto di regole non proprie, dettato da paura o da ammirazione per quello che i musulmani pososno fare all’interno della struttura carceraria. Negli Usa la Islamic Society of North America, segnalata dal Fbi per la sua vicinanza al Ikhwan al Muslimun (Fratellanza musulmana) , forniva gli assistenti religiosi nelle carceri, con la benedizione delle diverse Amministrazioni susseguitesi negli anni, finché il suo capo non è stato arrestato per finanziamento del terrorismo islamico.
Se ci si pensa, la compressione di un gruppo di persone, la limitazione degli spazi e della libertà personale, un messaggio di speranza comune che unisce i suoi membri e la sicurezza che fornisce il senso di appartenenza, sono tutte sfaccettature che mutatis mutandis possiamo ritrovare una altri contesti: quello militare “regolare” in testa. Mentre si continua a discutere sulla giusta risposta al radicalismo islamico, e non potendo essere concepibile per dei regimi democratici lo sterminio del nemico, occorre pensare cosa effettivamente fare dell’elemento carcerario, presente nelle nostre società come elemento dei redenzione e di recupero della devianza socio-criminale. Deradicalizzazione e misure carcerarie devono andare di pari passo. Da noi in Italia, come è la situazione reale? Al di là dei programmi sventolati e dei buoni propositi?