ITALIA. La scuola ed i bambini “plusdotati”

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È notizia recente che l’Ocse promuove la scuola italiana quale strumento di eguaglianza sociale. In particolare, lo studio dell’Ocse riguarda le disparità relative alla fascia dei quindicenni, che in qualche modo vengono attenuate grazie al sistema scolastico.

Sebbene il dato sia, nel suo complesso, positivo, è altresì necessario comprendere quali sono le condizioni reali in cui imperversa la scuola italiana. Tralasciando l’aspetto strutturale degli edifici, e concentrandosi esclusivamente sulla didattica, è pur vero che ci sono straordinarie eccellenze, come ad esempio “the Reggio Emilia Approach” per alcune scuole primarie, oppure alcuni licei che sono riusciti ad introdurre lo studio direttamente su e-reader, e l’uso della Lim in modo efficace, spostando parte della didattica in modalità e-learning, preparando così i futuri cittadini del terzo millennio. Ma si tratta tuttavia di sperimentazioni, anche piuttosto sporadiche.

La scuola, in Italia, è veramente in condizioni di rispettare il principio di eguaglianza sostanziale richiesto dalla Costituzione?

Ricordiamo che tale principio non promuove una uguaglianza totalitaria, ma una parità di condizioni di partenza (rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini) per uno sviluppo meritocratico (il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese).

Su questo secondo passaggio, purtroppo, si apre una importante voragine, a partire dal riconoscimento delle capacità iniziali dei bambini. Si stima infatti che circa il 5 % dei bambini abbia capacità superiori alla media, sia in termini di Qi che di intelligenza emotiva. Ci sono infatti piccoli di soli tre anni che hanno possibilità mnemoniche importanti, ed abilità (di logica e di osservazione) già superiori a bambini di 5 anni. Bimbi piccoli in grado di giocare a Domino, di ricordare tutte le lettere e di leggere le prime sillabe con due o tre anni di anticipo rispetto a quanto previsto dal sistema scolastico, con una particolare propensione multidisciplinare anche verso le arti e con una empatia emotiva che li rende particolarmente sensibili.

Per questi bambini, pur essendoci scuole materne con insegnanti pedagogicamente preparate, non esiste poi una scuola elementare pronta a riceverli. Ad un fanciullo che a 6 anni è già perfettamente in grado di leggere e di scrivere, e di svolgere le prime operazioni aritmetiche con facilità, dovrebbe essere garantito quanto meno il passaggio in seconda elementare, e – di volta in volta – la possibilità di scalare alcuni anni scolastici previa verifica della preparazione.

Avviene invece che i bambini plusdotati, patrimonio collettivo di sviluppo sociale, vengano invece imbrigliati in un sistema del tutto incapace di sviluppare le loro capacità. Talvolta additati e forzatamente ridotti a persone con deficit di attenzione, in quanto chiaramente annoiati da lezioni che mai potranno attrarre la loro curiosità ed interesse.

La ripetitività di “schede” da riempire, spesso ancora troppo presenti nel sistema scolastico, che uccidono letteralmente l’interesse e la poesia dell’essere bambino, sempre meravigliato di fronte ad un universo del tutto nuovo.

Sono presenti in Italia le prime associazioni che stanno cercando di organizzare una cultura intorno al tema della plusdotazione, e – magari – una rete di scuole che possa garantire il pieno sviluppo della persona umana.

Ma perché è così importante? È noto (anche da studi della Banca d’Italia) che la distribuzione delle competenze abbia fondamentali implicazioni sul tessuto economico e sociale del Paese.

Mantenere vivo il livello di istruzione, indirizzando le “maggiori capacità” dei bimbi e dei ragazzi plusdotati, rappresenta quindi una maggiore possibilità di sviluppo non solo economico, ma anche etico per l’Italia.

Qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno.

Vittorio D’Orsi