Disinvestimenti in Israele

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ITALIA – Roma 22/07/2014. Si stanno registrando una serie di abbandoni e di cessazioni d’investimenti di aziende europee nel mercato israeliano, sulla scia delle proteste dei gruppi europei pro palestinesi.

Secondo gli attivisti per i diritti del popolo palestinese, le aziende private europee forniscono attrezzature usate nella demolizione delle case dei palestinesi e partecipano alla costruzione e all’operatività delle infrastrutture per gli insediamenti di Israele, contribuendo alla violazione dei diritti umani perpetrata sullo scenario mediorientale. Le associazioni civili per i diritti dei palestinesi sono presenti in tutta Europa e nel Mondo e con gli ultimi eventi accaduti in Medio Oriente hanno alzato ancor di più le loro voci mettendo sotto accusa il governo israeliano. Le accuse sono chiare e dirette, tra le altre: violazione dei diritti umani e della normativa internazionale, genocidio, apartheid, crimini di guerra, occupazione illegale di territori palestinesi
In questi drammatici giorni , gli attivisti hanno fatto proprie le parole di Richard Falk – relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori Palestinesi occupati: «È da tempo che dico che la migliore speranza per i palestinesi non sta a livello governativo o attraverso le Nazioni Unite, ma piuttosto nella campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele».
Da molto tempo gli attivisti hanno accantonato la speranza di conquistare qualcosa attraverso le vie governative consuete vista l’intensa attività politica israeliana fatta alla Corte Internazionale di Giustizia e all’Assemblea Generale dell’ONU.
La Corte il 9 Luglio del 2004 concludeva che «la costruzione del muro costruito da Israele, il potere occupante, nel Territorio Palestinese Occupato, incluso dentro e intorno a Gerusalemme Est, e il suo regime associato, sono contrari alla legge internazionale». La Corte inoltre respinse la tesi israeliana secondo la quale il muro sarebbe stato soltanto una temporanea barriera di sicurezza, avvertendo che questo sarebbe equivalso ad una vera e propria annessione dei territori palestinesi occupati, fatto che la realtà ha poi confermato. Inoltre, la Corte aggiunse che il muro avrebbe severamente impedito l’esercizio da parte della popolazione palestinese del diritto all’autodeterminazione (diritto protetto dallo Statuto dell’ONU) e che la sua costruzione aveva già portato alla distruzione e/o requisizione di proprietà in modalità che contravvenivano ai requisiti degli artt. 46 e 52 delle Regole de L’Aia del 1907 (Respecting the Laws and Customs of War on Land) e dell’art. 53 della Quarta Convenzione di Ginevra, relativa alla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra del 12 agosto 1949. La Corte Internazionale di Giustizia concluse anche che «tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale che risulta dalla costruzione del muro, di non rendere aiuto o assistenza nel mantenere quella situazione e cooperare con una visione del mettere fine alle violazioni». Ed è proprio questa l’accusa più grave che gli attivisti rivolgono all’Unione europea, chiedendo che i Paesi membri ne prendano definitiva coscienza e la attuino in maniera coerente. Cosa che fino ad oggi, a onor del vero, non si è ancora verificata, dai i forti interessi commerciali coinvolti. Sempre gli attivisti accusano molte compagnie europee come G4S, Elbit, Veolia e Alstom di essere direttamente coinvolte nella costruzione e mantenimento del muro e delle colonie israeliane nei territori occupati.
Oggi però, gli Stati Ue avvisano le aziende nazionali che investire nelle compagnie israeliane potrebbe rappresentare un serio rischio per gli affari.
Infatti, in seguito alle preoccupazioni espresse da numerosi parlamentari europei, società civile e migliaia di cittadini europei, un numero crescente di Governi e di aziende hanno dichiarato la cessazione di rapporti commerciali con aziende israeliane che operano negli insediamenti illegali di Israele.
Il ministro tedesco dei Trasporti, Peter Ramsauer, espresse alla Deutsche Bahn – gruppo delle ferrovie tedesche – la propria opposizione al coinvolgimento in un progetto ferroviario israeliano che tagliava la Cisgiordania. Ramsauer, in una lettera al presidente della Deutsche Bahn, Rüdiger Grube, disse chiaramente che, in termini di politica estera, il progetto ferroviario del governo israeliano avrebbe potuto essere molto rischioso a causa del suo conflitto con la legge internazionale e che quindi era meglio non immischiarsi in investimenti rischiosi.
Poi l’azienda ingegneristica Royal Haskoning, con sede nei Paesi Bassi, ha annunciato la sua decisione di ritirarsi da un progetto di trattamento delle acque a Gerusalemme est. L’azienda idrica olandese Vitens – il maggior fornitore di acqua potabile nei Paesi Bassi – ha messo fine al suo rapporto con la società nazionale israeliana Mekorot che sostiene la fornitura di acqua agli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati e alle comunità in Israele. Ancora, in Romania, il governo ha detto che cesserà di inviare lavoratori edili in Israele se il governo di Gerusalemme non assumerà l’impegno di garantire la sicurezza dei lavoratori operanti in Cisgiordania.
Sempre restando nei Paesi Bassi, la PGGM – la più grande società di gestione di fondi pensione del Paese – ha deciso di ritirare tutti i suoi investimenti dalle cinque più importanti banche di Israele in quanto hanno filiali in Cisgiordania o sono coinvolte nel finanziamento per la costruzione di colonie. Il fondo pensione olandese ABP ha poi disinvestito da due società israeliane – Aryt Industries Ltd e Ashot Ashkelon – a causa del loro ruolo nella produzione di munizioni a grappolo. La svedese Nordea Bank – la banca più grande in Scandinavia – ha contattato alcune aziende per informarsi sulle loro connessioni con le colonie (l’impresa di costruzioni Cemex è stata già rimossa dagli investimenti della Nordea). La Danske Bank – la più grande banca di Danimarca – ha deciso di mettere nella lista nera la Bank Hapoalim in quanto coinvolta nel finanziamento della costruzione di insediamenti. In Norvegia, il Ministro delle Finanze ha escluso le aziende israeliane Africa Israel Investments e Danya Cebus dal Fondo Pensione globale del governo, uno dei più grandi fondi a livello mondiale. L’avviso sui rischi finanziari e legali in cui si potrebbe incorrere qualora si investisse in imprese israeliane proviene anche dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Austria, da Malta, dall’Irlanda, dalla Finlandia, dalla Danimarca, dal Lussemburgo, dalla Slovenia, dalla Grecia, dalla Slovacchia, dal Belgio, dalla Croazia e di recente anche da Spagna e Italia, che vanno così ad allungare la lista dei Paesi europei che allertano le proprie imprese nazionali sui rischi connessi all’investimento o all’operatività in Israele. Le aziende devono infatti tener conto del fatto che l’attività finanziaria negli insediamenti rischia di portare al loro coinvolgimento nella violazione del diritto internazionale e la violazione dei diritti umani. Questo non vuol dire però che questi Paesi siano favorevoli al boicottaggio verso il commercio con Israele.
Come dice il rapporto della UK Trade & Investment – compagnia che si occupa di fornire servizi di informazione alle aziende britanniche oltremare – l’economia israeliana è a tutti gli affetti un’economia occidentale, con il suo Pil procapite di 31,800 dollari che eccede quello di diversi Stati membri dell’Ue. Il mercato israeliano è poi tecnologicamente avanzato, continua a crescere nei settori dell’hi-tech e resta un mercato di riferimento per quanto riguarda software e telecomunicazioni. Già nel 2010 Israele occupava il 24° posto nella lista dei paesi con il mercato più grande e occupava il 17° posto su 187 nell’indice “sviluppo umano” delle Nazioni Unite.
Il rapporto UKT&I parla anche degli insediamenti israeliani nei territori occupati dopo il 1967, riguardo ai quali l’Inghilterra mantiene una precisa posizione politica: li considera illegali. Gli insediamenti, come si trova scritto nel rapporto, costituiscono un ostacolo alla pace in Medio Oriente e minacciano la soluzione politica del “due popoli, due Stati”. A parte le posizioni politiche, il rapporto dice a chiare lettere che ci sono chiari rischi legati alle attività economiche e finanziarie degli insediamenti e che l’agenzia non incoraggia in nessun modo, né tantomeno supporta una simile attività.