Nuova svolta per la Palestina

37

ITALIA – Roma 26/04/2014. I palestinesi stanno valutando tutte le opzioni per rispondere alla decisione di Israele di fermare colloqui di pace, dopo l’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah.

«La leadership palestinese esaminerà tutte le opzioni per rispondere alle decisioni del governo israeliano nei confronti della PA», ha detto l’alto funzionario palestinese Saeb Erekat «La priorità ora per i palestinesi è la riconciliazione e l’unità nazionale» ha poi aggiunto .
Mercoledì scorso appunto, l’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP) – internazionalmente riconosciuto come unico rappresentante e interlocutore del popolo palestinese – e Hamas hanno firmato un accordo di riconciliazione, dopo 7 anni di lotte e fraintendimenti, nel quale le parti hanno stabilito informalmente di costituire un governo di ‘consenso nazionale’ da qui a poche settimane sotto il presidente palestinese Mahmud Abbas, che attualmente governa la Cisgiordania. Forse hanno compreso che questa frammentazione non ha nel tempo certo aiutato la causa palestinese, giustificando tra l’altro in qualche modo il silenzio e il non intervento della comunità internazionale. Questa ‘pace’ tra le due fazioni dovrebbe dare nuovo vigore anche ai paesi arabi della regione che sembravano aver dimenticato l’assenza e l’oppressione di uno Stato e di un popolo che continua a sopravvivere nella miseria, senza diritti, dentro i campi profughi sparsi in Libano, Siria, Giordania, e nei territori occupati.
Nel frattempo anche Israele dovrà rivedere la sua politica nei confronti della Palestina, che comunque non riconosce, sostenuto anche dalle divisioni interne e potersi quindi quasi dimenticare di affrontare il problema del vicino. A caldo arrivano commenti forti da parte dell’amministrazione israeliana che non intende negoziare «con un governo palestinese sostenuto da Hamas» e ha minacciato di prendere provvedimenti, senza però specificare quali. Il Premier Benjamin Netanyahu si è scagliato contro Abbas, dicendo che invece di scegliere la pace, ha fatto un patto con una organizzazione terroristica omicida che invoca la distruzione di Israele. Saeb Erakat, che è anche il capo negoziatore di pace palestinese, da invece la colpa per il fallimento dei colloqui di pace a Israele. «Al governo Netanyahu è stato chiesto per anni di scegliere tra la pace e gli insediamenti e ha sempre scelto gli insediamenti» ha detto.
Inoltre, entro l’anno dovrebbero essere indette nuove elezioni presidenziali che andranno a sostituire Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e la scelta dovrebbe convergere su un candidato che possa andar bene ad entrambe le parti. Anche quella che viene individuata come resistenza avrà una svolta perché tonerà a far paura al vicino nemico che si dovrà preoccupare di non avere più come alleato la divisione interna capace di fermare ogni possibile capacità di intervento e determinazione. Ora le cose potrebbero cambiare e Netanyahu dovrà rivedere i suoi programmi dove le resistenze dalle quali è circondato, ricordiamo quella libanese che non ha perdonato l’invasione e la distruzione del territorio, potrebbero cominciare a diventare pressanti. E non sarà certo una politica distruttiva di ritorsione che ha posto in atto, come quella di bloccare i trasferimenti di tasse e dazi doganali per un valore di cento milioni di dollari al mese che lo stato ebraico raccoglie per conto dei palestinesi, anzi la cosa non potrà che costituire una ulteriore motivazione per far esplodere una situazione già incandescente.