IS mette in crisi gli investimenti petroliferi

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LIBIA – Tripoli. 18/02/15. Il capo economista dell’«Agenzia internazionale per l’energia» Fatih Birol ha detto ieri che l’organizzazione «Stato islamico dell’Iraq e del Levante» è diventata una grande sfida per gli investimenti necessari per prevenire una carenza di offerta di petrolio nei prossimi decenni.

Mentre ha riferito che la produzione di greggio in Medio Oriente dovrebbe aumentare nel prossimo decennio per soddisfare la domanda prevista, Birol ha aggiunto: «Ci sono ancora punti di vista limitati per quanto riguarda la necessità di investire in un momento in cui le aziende di energia sono costrette a ridurre il lavoro della nuova perforazione a causa dei bassi prezzi del petrolio». Sostanzialmente mancano i fondi per investire.
La produzione di è petrolio di scisto non aumenterà nel breve termine, visti anche i costi per l’estrazione quindi, sempre secondo Birol, i produttori del Medio Oriente prevedendo di coprire il 50% del fabbisogno aumentando le estrazioni. Il problema energetico è moto sentito nel mondo, l’associazione industriale del gas giapponese ha detto che «siamo di fronte a un problema in questo momento.»
Birol ha aggiunto che «i problemi di sicurezza causati da Da’ash e altri crea una grande sfida per i nuovi investimenti in Medio Oriente, e in caso di assenza di questi investimenti oggi non sarà possibile ottenere la produzione di crescita necessaria nel prossimo decennio». L’«appetibilità per gli investimenti in Medio Oriente ora è quasi inesistente a causa dell’incertezza nella regione».
Egli ha sottolineato che l’ultima analisi dell’Agenzia indica che l’investimento globale di petrolio e gas nel settore esplorazione e l’estrazione diminuirà del 17 per cento questo anno a circa 580 miliardi dollari.
«Eni» azienda italiana, ha riferito che continua la produzione di petrolio e di gas, come al solito in Libia dopo che ha ridotto il numero di lavoratori stranieri lì. Egli ha osservato in un commento che «la presenza di lavoratori stranieri di Eni in Libia ristretta ed è limitata a impianti offshore».
La «Dragon Oil» ha visto un calo della produzione del 16 per cento, con l’aumento del costo della vendita di petrolio greggio, nonché l’assegnazione di 24 milioni di dollari in tasse per il modesto valore dei pozzi esplorativi tra le sue attività nelle Filippine. L’azienda ha ridotto le spese di capitale nel bilancio dell’anno in corso del 25 per cento. Il risultato operativo è sceso a 578,6 milioni dai 687,7 milioni di un anno fa. Il fatturato è aumentato del quattro per cento fino a 1,09 miliardi dollari, grazie ad un aumento del 17 per cento del volume delle vendite del greggio. Dragon Oil è attiva in Mar Caspio in Turkmenistan e aree di concessione nelle Filippine, il Nord Africa e il Medio Oriente.