IRAQ. Una primavera che sa già di inverno gelido

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Era il 2011 quando in Iraq si accendevano le piazze, così come in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria. E da quelle manifestazioni, sotto gli occhi di un governo inerme, giorno dopo giorno, Daesh ha preso villaggi su villaggi, arrivando nel 2014 al Califfato. 

Nel 2015, per capire come Daesh si era infiltrato in Siria, altro paese protagonista delle primavere arabe, siamo stati in Giordania, ad Amman Est alla ricerca di quei profughi sunniti fuggiti dalla Siria nel 2011, profughi che ci raccontassero le prime manifestazioni, i primi morti, le prime infiltrazioni terroristiche, perché Daesh è diventato siriano non è nato in Siria. 

Anche loro avevano visto arrivare Daesh, alle spalle delle battaglie per la rivoluzione sociale, per la libertà dalla corruzione, e Daesh era visto come agente infiltrato straniero e poi un poco alla volta si è preso villaggi e città, mentre la primavera siriana lentamente si trasformava in un conflitto civile. Anche i siriani all’inizio non volevano soverchiare un regime ma volevano più equità sociale, esattamente come quei giovani che stanno incendiando palazzi del potere in 18 province irachene.

Tornando ai profughi siriani ci raccontarono, 23 famiglie circa 100 persone, tutte la stessa storia: la corruzione era arrivata a livelli tali che per registrare la nascita di un figlio in comune dovevi pagare almeno tre funzionari. Per far valere un diritto costituzionale bisognava dare l’obolo. Il latte in polvere costava talmente tanto che bisognava indebitarsi per poterlo comprare.

Attenzione dunque a queste fiamme irachene, chiosate come lotta alla corruzione, perché all’ombra delle fiamme c’è chi sta cercando di portare il paese alla rovina.

Il premier Adel Abdul Mahdi, a partire dal mese di luglio ha cominciato ad essere ampiamente contestato dalle élite che lo hanno eletto. Non solo, agenti esterni, sono riusciti ad alimentare la divisione all’interno del partito Dawa, con un al Maliki, ex primo Ministro quando Daesh è salito al potere, sempre più re e un al Amri, sempre più distaccato. 

Non solo, l’alleanza di governo guidata dal partito Sairoon si è divisa e all’interno del compatto gruppo sciita, si sono create delle crepe. Crepe che vanno in senso contrario: una guarda a Teheran, l’altra a Washington. Mentre Trump rincarava la dose di sanzioni contro l’Iran, questi premeva per avere più contratti con l’Iraq. 

L’Iraq è schiacciato, e la goccia che ha fatto traboccare il vaso iraniano si chiama sanzione USA, sanzione contro alcune milizie sciite irachene a libro paga dell’Iran come le al Nujaba, i battaglioni Hezbollah Iraq, etc. Queste milizie si sono viste, in sostanza, privare l’opportunità di confluire come le altre nel nuovo sistema di difesa iracheno. E, come se non bastasse, droni sconosciuti, ad agosto, hanno bombardato nel centro di Baghdad il quartier generale delle PMU, milizie sciite che hanno partecipato alla lotta contro Daesh che comprendono anche quelle messe al bando dagli USA. 

Infine, va rilevato che il giorno dopo che Mahdi ha finalmente reso note le indagini in merito ai bombardamenti contro il quartier generale delle PMU a Baghdad, affermando che dietro vi erano responsabilità israeliane e dell’ambasciata USA in Iraq, sono improvvisamente scoppiate le piazze, quelle più vicine culturalmente all’Iran, e dove i clan tribali governano come Bassora, Wasit, Qadisiyah ed ora Diwaniya e Baquba. A Baquba ancora ci sono focolai di Daesh che possono ripartire con le loro attività terroristiche.

L’Osservatorio iracheno per i diritti umani conferma, il 4 ottobre, che il numero di vittime della repressione da parte del governo delle manifestazioni è di 50 morti e circa 2000 feriti. Adesso la parola passa al governo che dovrebbe dimettersi per sedare gli animi, lasciando il paese in preda al delirio.

Ma forse il governo non ha capito ancora quali spinte stanno dietro queste manifestazioni, via telegram Mahdi il primo ottobre scriveva questo:

«Statement

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We assure all our people that our priorities have been and will remain focused on achieving its legitimate aspirations and in response to every fair demand of our dear citizens. Our people in our ministerial approach with all sincerity and responsibility.

We make no distinction between demonstrators exercising their constitutional right to peaceful demonstration and those of our security forces who perform their duty to preserve the security of demonstrators, homeland security, stability and public property. They are punishable by law, threatening public order and civil peace, and deliberately inflicting casualties on innocent demonstrators and on our security forces who have been attacked by knives or burned by hand grenades.

Here, we salute the heroes of our armed forces who have shown a high degree of responsibility, restraint and adherence to the rules of protection of the demonstrators, as well as peaceful demonstrators who refused to be dragged into sabotage and respected law and order.

While we are saddened and heartfelt by the casualties among our protesting children and the security forces and the destruction and looting of public and private property like today, we immediately began a professional investigation to determine the causes of the incidents.

We had formed earlier committees to receive all the popular demands and work to meet them in accordance with the law, and these committees will continue to work seriously.

We ask Al-Bari to be able to grant all the injured a speedy recovery and those who have died in compassion and condolences ourselves first and condolences their generous families. .

عادل عبد المهدي Free Membership
Prime Minister
Commander in Chief of the Armed Forces
1 October»

Graziella Giangiulio