IRAQ. I limiti delle forze di sicurezza 

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Tra l’11 e il 12 ottobre Baghdad e Najaf, Karbala sono state riempite di forze di polizia. La capitale ha visto arrivare mezzi e uomini in assetto da guerra, appartenenti all’antiterrorismo e alla polizia federale, mentre nelle città del sud dell’Iraq oltre alle forze di polizia irachene sono attese le Guardie Rivoluzionarie Iraniane inviate per proteggere i pellegrini nelle giornate dei festeggiamenti dei 40 Hussein. 

I prossimi giorni potrebbero essere quelli della svolta democratica o il bagno di sangue della repressione, è difficile da dire in quale senso deciderà di andare il serpente delle proteste irachene. Ricordiamo che i morti sono 165 e 6.100 i feriti e oltre 1.000 gli arrestati. Il primo Ministro, nella giornata del 12 ottobre, ha istituito un comitato di indagine che presiederà sulle uccisioni in piazza. 

Nel frattempo molte testate giornalistiche irachene postano articoli contro le forze PMU, indicate come le principali responsabili, in qualità di istigatrici delle manifestazioni di piazza. La Mobilitazione Popolare (PMU) è diventata un’istituzione militare e politica con attività straordinarie, nel 2014 per combattere il terrorismo. Le stesse dovevano sciogliersi come neve al sole alla fine dei combattimenti nelle aree colpite, ma con 37 licenze di armi in giro e la facilità di reperire quanto serve per la repressione sui mercati iracheni, di fatto non si sono mai disarmate. Per altro, sostengono i media iracheni, godono di esplicito sostegno esterno.

Le Unità di mobilitazione popolare hanno cominciato ad espandersi soprattutto dopo la fine dei combattimenti nelle aree colpite nel 2017, quando si è fatto ricorso alla formazione di uffici e sedi di carattere sociale ed economico, soprattutto in quelle aree colpite dal terrorismo, con la scusa del sostegno alla cittadinanza si è arrivati al controllo delle principali capacità economiche locali che foraggiavano così le milizie stesse.

Queste attività si sono ampliate fino a diventare transfrontaliere, ben al di fuori del territorio iracheno. Le Popular Mobilization Forces stanno ora conducendo operazioni militari e si stanno dispiegando in alcune aree siriane, in particolare a Albu Kamal in Siria orientale, che risente dell’influenza delle forze iraniane della Guardia Rivoluzionaria di Qasim Soleimani.

Il ruolo della mobilitazione popolare di assoluta lealtà iraniana si è ampliato in Iraq soprattutto dopo l’escalation delle sanzioni statunitensi sull’Iran, e lo scambio di minacce.

In un articolo sul media Yaqein si legge: «L’Iraq è oggi considerato una delle aree più pericolose minacciate dallo scoppio del conflitto, a causa dell’uso che l’Iran fa di questa forza per affrontare i suoi oppositori, attraverso minacce e promesse esplicite da parte di funzionari iraniani a Teheran, e dell’ambasciatore iraniano Erj Mosjedi a Baghdad».

Le manifestazioni, l’escalation e poi le sue conseguenze sono state causate da ripetuti attacchi nelle ultime settimane contro il quartier generale della Mobilitazione popolare e i depositi di materiale: secondo le indicazioni ufficiali, gli attacchi sono sono stati fatti dagli israeliani con il sostegno assoluto e diretto degli Stati Uniti d’America nell’escalation del conflitto tra Iran e America.

I leader del PMU continuano a minacciare le forze statunitensi in Iraq e nella regione, oltre a suggerire operazioni militari che potrebbero raggiungere diversi paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, secondo i video, l’ultimo dei quali è stato pubblicato da Abu Mahdi al-Mohandes, uno dei leader PMU, promettendo di continuare ad espandersi fino ai paesi della regione, in particolare verso Riyadh.

Gli osservatori ritengono che la Mobilitazione popolare è diventata una minaccia diretta alla situazione in Iraq, che negli ultimi due anni ha goduto di una relativa stabilità di sicurezza, alla luce della continua escalation iraniano-americana e dello sfruttamento dell’Iraq e dei suoi agenti in questo conflitto a spese dell’Iraq e del suo popolo.

Le manifestazioni dunque, da semplici e legittime proteste per un governo immobile di fronte ai problemi del Paese, rischiano di diventare lo strumento per innescare un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Graziella Giangiulio