IRAQ. Crisi petrolifera all’orizzonte dopo la morte di Soleimani

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L’assassinio da parte degli Stati Uniti di uno dei più potenti generali iraniani ha fatto sì che l’industria petrolifera si preparasse a qualcosa che temeva e anticipava da tempo: lo scontro militare diretto tra i due avversari. Nelle ore successive all’ordine del presidente Donald Trump di uccidere all’aeroporto di Baghdad Qassem Soleimani, che guidava la Quds Force dell’Iran, il petrolio greggio è aumentato, i lavoratori americani hanno iniziato a ritirarsi dai campi iracheni e i commercianti si sono dati da fare per posizionarsi a prezzi ancora più alti.

Le crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti hanno già causato perturbazioni senza precedenti nei mercati petroliferi, ma finora sono state di breve durata, riporta Bloomberg. L’anno scorso, Washington ha accusato Teheran del sabotaggio di superpetroliere e di un attacco con missili e droni contro l’impianto di lavorazione del greggio di Abqaiq in Arabia Saudita a settembre, la più grande interruzione di fornitura nella storia del settore, ma stavolta si tratterebbe di qualcosa di più grande e duraturo.

Un’escalation di combattimenti diretti tra le forze statunitensi e iraniane nella più importante regione petrolifera del mondo avrebbe conseguenze più durature per l’economia globale. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha denunciato l’attacco su Twitter come «un atto di terrorismo internazionale»; l’autorità suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha minacciato «gravi ritorsioni». La leadership iraniana sta segnalando che probabilmente prenderà di mira le installazioni militari statunitensi e le basi in Medio Oriente e mobiliterà la sua rete di milizie in tutta la regione: circa 36 basi e strutture militari statunitensi sono a portata di mano delle forze di difesa iraniane, la più vicina delle quali si trova in Bahrain, riporta Irinn.

Il Dipartimento di Stato americano ha emesso una direttiva che esorta i cittadini americani a lasciare immediatamente l’Iraq a causa della minaccia. L’Iraq è il secondo produttore dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, Opec, che il mese scorso ha pompato 4,65 milioni di barili al giorno. I suoi vicini più prossimi nella regione, Arabia Saudita, Kuwait e Iran, insieme producono circa 15 milioni di barili al giorno. La maggior parte delle loro esportazioni lascia il Golfo Persico attraverso lo stretto di Hormuz, che l’Iran ha ripetutamente minacciato di chiudere in caso di guerra.

Oltre all’iniziale impennata del 4,8% dei futures sul greggio di New York ad un massimo di otto mesi, c’erano altri segnali nel mercato che la gente si stava preparando ad un’ulteriore perturbazione. Possibili ritorsioni potrebbero includere attacchi mirati agli impianti petroliferi della zona, attacchi agli oleodotti o ai flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. Obiettivi vulnerabili potrebbero essere: i campi petroliferi iracheni che al momento funzionano normalmente stando al ministro del Petrolio, Thamir Ghadhban. Anche l’italiana Eni, che gestisce il campo Zubair, ha dichiarato di monitorare la situazione. Le major del petrolio hanno motivo di essere caute, dato che gli alleati iraniani hanno dimostrato la loro capacità di colpire obiettivi all’interno dell’Iraq. 

Luigi Medici