I muscoli nucleari mediorientali

71

ITALIA – Roma 11/10/2013. Ora che non si parla più di intervento in Siria la questione del Medio Oriente si muove sempre più attraverso le reti mediatiche.

I paesi cercano di scambiarsi richieste e informazioni attraverso dichiarazioni rilasciate a vari mezzi di informazione utilizzando parole dure ma allo stesso tempo aperte ad un eventuale dialogo, che lasciano spesso l’interlocutore interdetto, una forma molto orientale di costruirsi il proprio ruolo di supremazia. In sostanza la ricerca dei nuovi equilibri, seguiti ad una guerra quasi dichiarata da parte degli Stati Uniti alla Siria andata in fumo a causa dell’intervento di altre potenze ben determinate a non cedere la propria egemonia nella regione, ha spostato l’obiettivo, anzi meglio lo ha allargato.

In primis l’Iran uscito nettamente rinnovato e vincente dalla situazione si sta in qualche modo manifestando come attore strategico dell’area e in quanto tale paese alla ricerca della pace per incrementare la propria influenza nell’area. Un ruolo come questo per un paese inserito nell’”asse del male” potrebbe sembrare inappropriato, ma di fatto il risultato sotto gli occhi di tutti sta comportando la presenza di una voce differente dal coro che pronuncia parole mai pronunciate da altri. Nei fatti, l’Iran fa pressione su Israele perché Gerusalemme aderisca al trattato di non proliferazione nucleare per assicurare alla regione una maggiore stabilità e per la realizzazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Il vice ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite aveva proprio espresso quest’idea: nella visione iraniana, le armi nucleari in possesso al “paese sionista” sono una minaccia per tutta l’area e quindi è assolutamente necessaria l’adesione di Tel Aviv al Tnp. La ratifica iraniana al trattato è del 1979 e Teheran ha partecipato a vari convegni sulla non proliferazione, a differenza del suo nemico storico. Tel Aviv ad oggi rifiuta la proposta di adesione e mantiene lontana ogni possibilità di ispezione internazionale al suo arsenale, secondo appunto le regole del Tnp. 

È noto che il regime israeliano produca plutonio, necessario per costruire le bombe nucleari (si stima  che la produzione del tipo Nagasaki sia tra 10 e 15 all’anno) e trizio, un gas radioattivo con il quale sono realizzate le testate a neutroni. Inoltre presso l’Istituto per la ricerca biologica si effettuano varie tipologie di ricerche tra cui le biotecnologie con le quali si possono produrre agenti patogeni utilizzabili in guerre batteriologiche. Ufficialmente l’Istituto israeliano svolge attività di ricerca sui vaccini contro batteri e virus, dai quali esiste la possibilità di sviluppare, a loro volta, nuovi agenti patogeni. Le informazioni su questo programma israeliano sono state scoperte grazie alle inchieste svolte dal giornalista olandese Karel Knip con la collaborazione di alcuni scienziati. Knip e il suo staff hanno scoperto, tra l’altro, che un simile espediente è utilizzato negli Stati Uniti e in altri paesi per aggirare le convenzioni che vietano le armi biologiche e chimiche.

Nell’ottica di Teheran, questo fatto dovrebbe giustificare le dichiarazioni del Comandante della Divisione Aerospaziale iraniana della Guardia della Rivoluzione, Amir Ali Hajizadeh secondo cui strategico il monitoraggio costante dell’area attraverso l’utilizzo dei velivoli senza pilota Shaded 129, aerei che possono volare continuativamente per 24 ore con un raggio operativo di 1700 chilometri, progettati proprio con obiettivi di pattugliamento delle frontiere. Hajizadeh ha sottolineato che l’industria della difesa iraniana ha fatto enormi progressi nel settore aereo e i droni ne rappresentano il principale prodotto; ha poi ricordato che spesso si sono trovati da soli ad affrontare guerre lunghe e difficili come quella del 1980 con l’Iraq che invece aveva il sostegno di molti paesi e armi di tipo occidentale. 

Quella attuale può essere quindi considerata una guerra psicologica, nella quale è importante mostrare i muscoli, ma è anche fatta di strategie e diplomazie. Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki sembra proprio in linea con tutto ciò sostenendo che la risoluzione dei problemi tra l’Iran e gli Stati Uniti sarà utile anche per migliorare la stabilità in Iraq, oltre che in tutto il Medio Oriente. Il premier iracheno ha detto inoltre che il suo paese è ottimista circa la possibilità di “vero progresso” nelle relazioni Teheran – Washington, e che Baghdad è pronta a contribuire a sciogliere i nodi che tengono lontani i due governi.