In difesa dei marò/4

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INDIA – New Delhi. 26/01/14. Nonostante le rassicurazioni del Mae, seguite agli incontri del  24 gennaio con le autorità indiane, la vicenda marò resta alquanto confusa. Ne delinea il quadro caotico, il 21 gennaio, The Times of India.

Il ministro degli esteri indiano aveva dichiarato ai giornali del paese di essere particolarmente irritato per l’applicazione della norma sull’antiterrorismo (SUA) da parte dello stato del Kerala nei confronti dei due sottufficiali di marina italiani, Latorre e Girone per la presunta uccisione di due persone a bordo di un peschereccio. 

Il ministro dice di temere per le ricadute diplomatiche, che potrebbero incrinare i rapporti tra Italia e India. Se la Corte Suprema dovesse ritenere i due fucilieri di marina colpevoli, la condanna a morte è obbligatoria in base al SUA. 

È sconvolgente che ancora una volta, l’India basi le sue conclusioni sul caso dei marò, non in base ai diritti di uno stato sovrano, riconoscendo l’arbitrato internazionale per dirimere la questione e quindi la possibilità per i marò di attendere il risultato del processo in Italia, ma sulle possibili ricadute internazionali. 

Ciò che avrebbe di più irritato il ministero degli esteri indiano è stato il fatto che è stato dato incarico dal ministero di indagare sulla questione al NIA, il 17 gennaio, in un momento in cui le petizioni dell’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini erano dinanzi alla Corte Suprema. L’ambasciatore aveva lamentato il ritardo di più di un anno da parte dell’India di attuare indagini. In subordine aveva suggerito che i due fucilieri dovessero essere autorizzati a tornare a casa. Data la simpatia del pubblico per i due italiani nel loro paese e il sostegno che ha tratto la vicenda con il coinvolgimento dell’Unione europea, il ministero degli Esteri aveva fatto del suo meglio per risolvere la questione. L’obiettivo, sempre secondo l’articolo pubblicato sulla testata indiana, è la non applicazione della pena di morte. L’avvocato, dei sottufficiali italiani, Mukul Rohatgi, ha protestato fortemente per l’inerzia da parte del governo indiano per l’attuazione, il 18 gennaio, della sentenza del tribunale, che chiedeva al governo dell’Unione Indiana di prendere in carico il caso dal governo del Kerala e designare un tribunale per il processo. Il procuratore generale GE Vahanvati si è trovato tra il fuoco incrociato dei due ministeri, non ha voluto sostituire i giudici incaricati del caso, BS Chauhan e J Chelameswar , ma ha promesso che rivedrà il caso. Dal momento che l’accusa contro i fucilieri italiani era stata preparata ma non ancora depositata, l’autorità giudiziaria spera di poter risolvere il problema.  

Vahanavti ha detto: «La SUA prosegue il suo iter. Sto cercando di risolvere il problema». L’autorità giudiziaria ha detto che la corte: «Sta cercando di avere una visione ampia della questione. Speriamo di non disturbare la Corte Suprema a questo proposito». La corte ha chiesto al governo di riferire in data 3 febbraio circa gli sviluppi. Latorre e Girone avrebbero presumibilmente ucciso i due pescatori al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio 2012.

Secondo Vahanavt: «In considerazione dei ritardi, del fallimento dell’Unione indiana a far rispettare rigorosamente le indicazioni della Corte Suprema, i due dovrebbero essere rilasciati o, in subordine, avere il permesso di viaggiare in Italia fino a quando la loro presenza non sarà richiesta da un tribunale competente in India».