Immagini da Herat

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AFGHANISTAN – Herat 31/12/2013. Herat è una popolosa città dell’omonima provincia nella zona ovest dell’Afghanistan. Forse il nome evoca pensieri che conducono a guerra, terrorismo, militari.

Ma l’Afghanistan è anche un paese di straordinaria silenziosa bellezza, i paesaggi circostanti evocano le carovane degli antichi mercanti che trasportavano spezie, tessuti pregiati e pietre preziose lungo le vie carovaniere. Possiede cultura e tradizioni antiche che puoi incontrare lungo le strade, tra la popolazione curiosa che davanti a due occidentali armati solo di macchina fotografica e telecamera rubano qualche attimo della loro vita. Alcune donne girano protette dal burqa, che se non rappresentasse in qualche modo una forma di costrizione, le farebbe apparire solo come eleganti misteri. Altre invece si ammantano del loro chador a fiori o con altre variegate fantasie, mai troppo vistose. I bambini si occupano di varie attività qualcuno aggiusta una vecchia moto altri stanno ai banchetti di vendita dei mercati. Altri ancora girano, forse si occupano di fare la spesa o di piccole incombenze; le bambine sono spesso accompagnate dalle mamme, altre a gruppi di tre o quattro tornano da scuola con in mano i quaderni. Si perché in questi ultimi dieci anni il livello scolastico è davvero molto migliorato soprattutto per le bambine e le ragazze che finalmente possono alfabetizzarsi e le più brave tra loro frequentano l’università. Durante la visita ad una scuola femminile abbiamo occasione di conoscere due ragazze, sono laureate in ingegneria e lavorano presso il provveditorato agli studi. Ci raccontano che possono svolgere la loro professione tranquillamente e continueranno a farlo anche quando troveranno marito. Ma in generale è vero in Afghanistan i bambini e le bambine forse smettono di giocare un po’ troppo presto costretti dalla situazione non facile di un paese che purtroppo conosce la parola guerra da troppi anni e in cui la povertà è tangibile. 

Continuando la visita nella città, in alcune zone periferiche troviamo le caratteristiche case di fango, mentre al centro della città ci entusiasmiamo davanti alle vetrine colorate, ma in massima parte il commercio avviene lungo in banchi che espongono la merce nelle strade. Ci possiamo soffermare lungo il viale che porta alla famosa Moschea blu di Herat, dove ci danno l’autorizzazione ad entrare è bellissima con la sala della preghiera all’aperto; all’interno incontriamo degli studenti che in silenzio studiano i libri sacri e alcuni ragazzi che chiacchierano sommessamente. 

Herat è una popolosa città dell’omonima provincia nella zona ovest dell’Afghanistan. Forse il nome evoca pensieri che conducono a guerra, terrorismo, militari.Davanti alla moschea un negozio di vetri blu e di antiquariato. I cristalli li produce lui il vecchietto che sta seduto sulla porta e ci invita ad entrare. Ci racconta la sua vita 52 anni dentro a quel negozio a soffiare sulle cannucce per creare quelle meraviglie di vetro che espone un po’ ovunque. Lui ha visto passare tutti russi, mujaheddin e talebani, dice che con questi ultimi la vita era un po’ più difficile mentre ora la situazione è tranquilla ma ancora c’è tanto, troppo lavoro da fare per portare il paese ad essere forte e libero. Ci stringe la mano e ci ringrazia della visita, non ci chiede di comprare nulla ma solo di tornare a trovarlo. Difficile non sentirsi vicino alla semplicità di questo popolo che non ti percepisce come invasore ma come una apertura verso il mondo, perché ogni volta che abbiamo la possibilità e il coraggio di non farci accompagnare dai militari il rispetto e l’accoglienza che troviamo nelle loro case è davvero commovente. Siamo certi che sia proprio grazie al lavoro eseguito dal contingente italiano che la popolazione ci guarda con fiducia, ma l’uniforme crea comunque sempre una sorta di timore, forse anche solo reverenziale e quindi di distacco. Ecco perché anche se solo per qualche ora è necessario vivere l’Afghanistan come un paese normale, anche se diverso da quello alla quale siamo abituati perché il forno del classico pane afghano ci invita ad entrare e assaggiare il loro pane che profuma di appena cotto, impossibile rifiutarlo. Andiamo a trovare un Maestro di musica Ustad Gadammadi che ci omaggia di un piccolo concerto privato. Ci immergiamo nel caotico traffico della città arriviamo sino alla zone degli antichi minareti, poi ci fermiamo lungo la strada, il tempo è volato e senza dire troppe parole abbiamo la sensazione di esserci regalati un pezzo inconsueto di questo paese che dobbiamo rientrare nella base militare Camp Arena di Herat che ci ospita per le altre attività programmate. Ma lungo la strada non possiamo esimerci dal fermarci altre due volte in un campo di zafferano dove i bambini delicatamente raccolgono i fiori destinati alla vendita e ad un checkpoint della polizia locale, lo facciamo spontaneamente per parlare con loro, sono tutti molto giovani e ci dicono che stanno controllando la zona perché nel villaggio vicino abitano dei dissidenti o come qualcuno simpaticamente li aveva definiti “fratelli incompresi” che si confondono tra la popolazione. Ci parlano del loro lavoro e hanno tutti la stessa speranza quella di vedere il paese uscire dalla paura e dalla guerra. Guardare l’Afghanistan attraverso gli occhi di queste persone fa realmente capire che il nome non può essere sinonimo di insurgent o di talebani, come accezione negativa, ma deve essere l’espressione del loro desiderio di trovare il futuro nella ricostruzione dalle ceneri di un passato che non è stato mai troppo tenero. E ci piace pensare che la nostra presenza senza schermi e protezioni possa essere stato per loro il realizzarsi di un pezzo di questo domani.