GROENLANDIA. Il rischio degli aeroporti cinesi nell’Artico

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Con meno di 60.000 abitanti, distribuiti su 2.166.000 km², la Groenlandia dipende fortemente dal trasporto aereo per avere rifornimenti e trasportare le persone su e giù per le sue coste. Così, quando l’amministrazione locale ha lanciato un invito a costruire tre nuovi aeroporti, la mossa ha avuto senso dal punto di vista commerciale. Il progetto sarebbe costoso, ma migliorerebbe il commercio e renderebbe la vita sull’isola più facile per i residenti.

Una società cinese pubblica, in precedenza inserita nella lista nera della Banca Mondiale, ha presentato un’offerta e una proposta, trasformatasi poi in un progetto esecutivo. La Danimarca, che ha l’ultima parola sulle questioni di sicurezza nazionale riguardanti la Groenlandia, si è opposta. Il governo della Groenlandia ha poi insistito che la China Communications Construction Company, Cccc, che ha lavorato con successo su grandi progetti infrastrutturali in tutto il mondo, sarebbe rimasta uno dei possibili appaltatori per i progetti, avviando intensi negoziati tra due governi.

Il governo danese è preoccupato, alla luce della sempre più sensibile presenza cinese nel continente, che l’interesse della società cinese non sia solo commerciale, ma possa impattare anche con la presenza di una base militare americana nel territorio. I cinesi «sono attori nell’economia mondiale, come gli altri, e dovrebbero essere trattati allo stesso modo. Ma siamo in guardia (…) Naturalmente, accogliamo con favore la cooperazione con la Cina nel settore commerciale. Finché ha uno scopo commerciale, non ci opponiamo. Questo è un modo normale per espandere il commercio mondiale (…) Ma siamo molto attenti ai problemi se queste installazioni possono avere altri scopi, e questo è ciò che sta causando problemi», ha detto il ministro della Difesa danese Claus Hjort Fredericksen in un’intervista del 4 giugno nel suo ufficio di Copenaghen, ripresa da Defence News.

La situazione della Groenlandia si collega alla presenza cinese in altri hub come il porto greco del Pireo e il porto belga di Zeebrugge: secondo i dati dell’International Transport Forum, le imprese cinesi controllano ora circa il 10% dello spazio portuale merci in Europa. Se si considera che si sta aprendo il classico passaggio a Nord Ovest artico, grazie alla fusione del ghiaccio polare si capisce che la Cina spera di sfruttare l’occasione. Essere in grado di spostare materiale dall’Europa attraverso le acque del Nord significa che la Cina non può più essere soffocata nel Mar Cinese Meridionale o nell’Oceano Indiano.

Negli ultimi anni, le imprese cinesi hanno investito in diversi progetti in Groenlandia, tra cui una miniera di terre rare e uranio nel sud della Groenlandia e una miniera di ferro vicino alla capitale, Nuuk. Questo tipo di investimento economico è stato visto come una spinta all’economia locale. Ma nel 2016, una società cinese ha tentato di acquistare una ex base militare statunitense, e il governo danese è intervenuto, ponendo il veto all’accordo. 

Oggi i danesi temono che la Cina possa acquisire un’influenza sufficiente ad allontanare la base militare statunitense di Thule, situata sul lato occidentale della Groenlandia, che ospita diverse risorse strategiche vitali per la difesa Usa.

L’11 settembre le paure di avere i cinesi nel cortile di casa, sembrano poi svanite: la Danimarca ha avuto l’ok della Groenlandia ad investire 700 milioni di corone nel 33 per cento delle azioni della Kalaallit Airports, ente di stato che gestisce gli aeroporti di Nanuk e Ilulissat.

Antonio Albanese