Il proletariato del Golfo Persico

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EMIRATI ARABI UNITI – Dubai 15/02/2014. Il proletariato “importato” del Golfo, lavoratori edili, domestici, baby sitter, camerieri, fattorini, e così via sopporta bassi salari, scarsi diritti legali, confisca dei passaporti, debito, abusi fisici e l’arresto improvviso, riporta ThinkAfricaPress.

Per ogni grattacielo, riporta il giornale, ogni pezzo di paradiso a cinque stelle, c’è la miseria , il pericolo e la depressione per milioni di migranti c he provengono dall’Africa. Nel Ccg, composto da Bahrain, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti (Eau), Arabia Saudita e Kuwait, ci sono oltre 17 milioni di migranti, il 40 % del totale della popolazione; negli Emirati Arabi Uniti e Qatar, oltre l’80 % della popolazione è straniera. La gran parte di questi lavoratori arriva ​​nel Golfo da India, Sri Lanka, Bangladesh e Filippine, dopo che il boom del petrolio risollevò l’economia della regione. Nell’ultimo periodo, i lavoratori provenienti dagli Stati africani stanno aumentando: Sudan, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Somalia ed Etiopia stanno incrementando le presenze. Una mappatura esatta delle migrazioni africane verso il Golfo è molto difficile da fare, in considerazione dei metodi non regolamentati e informali con cui si realizza, ma l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite ha stimato che oltre 100mila africani hanno fatto il viaggio dal Corno d’ Africa allo Yemen e poi il Golfo nel 2012. A gennaio 2013, il quotidiano sudanese Al Mashhad ha annunciato 5.000 nuove assunzioni nelle forze di polizia del Bahrein e nell’esercito, immigrati compresi: dopo sei mesi nei campi di addestramento del Bahrein vengono immessi nell’esercito e gli viene offerta la cittadinanza. Le associazioni per i diritti, poi, denunciano sfruttamenti al limite della schiavitù; nel novembre 2013, ad esempio, l’Arabia Saudita, nel tentativo di ridurre la sua dipendenza da lavoratori stranieri e la disoccupazione, ha “passato al setaccio” migliaia di etiopi privi di documenti. Per alcune associazioni, oltre 150mila sono stati rimandati in Etiopia o lasciato nel limbo; diverse centinaia poi sono state uccise nei raid della polizia di immigrazione.