Giappone: shale gas per la transizione energetica

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GIAPPONE – Tokyo 16/04/2014. La Japan Petroleum Exploration (Japex) la scorsa settimana ha annunciato che, a due anni di distanza rispetto al primo test di estrazione di gas di scisto effettuato nel giacimento di Ayukawa sito nella prefettura di Akita, ha iniziato la produzione e la commercializzazione di shale gas.

Per l’esattezza la Japex sta attualmente estraendo 35 chilolitri di gas al giorno, ma si dice pronta ad incrementare l’attività produttiva avviando la fratturazione multistadio nel proprio campo petrolifero di Fukumezawa, presso la città di Onagawa, già dal mese di maggio. Parallelamente all’attività produttiva, però, la stessa società sta conducendo diverse indagini ambientali al fine di garantire che il processo di fracking (fratturazione idraulica) possa essere effettuato in modo sicuro, poiché, come è noto, il Giappone si trova in un’area caratterizzata da elevata sismicità e le iniezioni di acqua ad alta pressione nel sottosuolo, necessarie per estrarre la suddetta tipologia di gas, potrebbero incrementare i rischi di terremoto nel Paese.

Lo sfruttamento del gas da argille, secondo esimi studiosi nipponici, sembra essere di fondamentale importanza per ridurre la dipendenza di combustibili fossili, quali carbone e gas, dall’estero, diversificare le fonti energetiche e realizzare concretamente la “transizione energetica”, avviata, quest’ultima, all’indomani del disastro nucleare di Fukushima. Dal marzo del 2011 in poi, infatti, il governo giapponese ha intrapreso una progressiva denuclearizzazione del Paese che ha portato ad un calo del 44% dell’energia elettrica generata da centrali nucleari e, conseguentemente, ad un considerevole aumento delle importazioni di idrocarburi ed in particolare del gas naturale liquefatto (+12%).
Il Giappone, dunque, essendo povero di risorse energetiche è alla costante ricerca di metodi atti allo sfruttamento di fonti non convenzionali. Già da qualche anno, invero, nello Stato asiatico si stanno sviluppando nuove tecniche per estrarre il clatrato idrato di metano (methane hydrate o methane clathrate) dai fondali sottomarini e nel marzo del 2013, per la prima volta al mondo, si è prelevato metano dal giacimento situato nella fossa di Nankai a 50 km dalla costa meridionale dell’isola di Honshu, un giacimento che da solo potrebbe soddisfare per 10 anni il fabbisogno di gas dell’intero Paese.
Il clatrato idrato di metano indica, più nello specifico, una classe di solidi costituita da reticoli di molecole d’acqua che avvolgono al loro interno una molecola di metano. Questa particolare aggregazione chimica, somigliante a ghiaccio e rinvenibile nelle profondità dei fondali oceanici o nel permafrost delle zone artiche, sebbene contenga un’elevata percentuale di acqua risulta comunque una forma molto concentrata di metano. Le potenzialità di tale fonte non convenzionale, inoltre, sono immense in quanto le riserve stimate sono almeno doppie rispetto a tutte le riserve conosciute di petrolio, carbone e gas. Tuttavia le operazioni di recupero del “materiale” in forma solida sono ancora estremamente costose.
Al fine di estrarre il metano contenuto nei clatrati si stanno studiando e sperimentando svariati metodi, ma quello che ad oggi risulta più economico, e per questo già utilizzato dai tecnici giapponesi nel giacimento di Nankai, consiste nell’abbassare la pressione cui è sottoposto il clatrato in modo da liberare il gas contenuto e poter prelevare lo stesso in forma gassosa.