GIAPPONE. Non chiamateli immigrati: Tokyo apre ai lavoratori stranieri

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Cambiando radicalmente rotta, Tokyo si impegna ad accogliere a braccia aperte i lavoratori stranieri poco qualificati, nel tentativo di compensare le carenze di manodopera causate dall’invecchiamento della popolazione. Il 15 giugno, il Consiglio di politica economica e fiscale, presieduto dal primo ministro Shinzo Abe, ha deciso di introdurre un nuovo visto per i lavoratori stranieri non professionisti. Abe aveva giustificato il visto dicendo: «Con l’aggravarsi della carenza di manodopera, dobbiamo affrettarci a costruire un sistema in cui i talenti stranieri possano essere accettati come risorsa immediata con un certo livello di competenza e tecnica».

Nell’ambito della nuova politica, il governo prevede di creare una nuova categoria di visti di cinque anni, attraverso i quali il Giappone riceverà 500.000 lavoratori poco qualificati entro il 2025. I nuovi arrivati dovrebbero lavorare in cinque settori che soffrono di una grave carenza di manodopera: l’assistenza infermieristica, l’alloggio, l’agricoltura, l’edilizia e la cantieristica. La paura di perdere posti di lavoro ha da tempo reso l’immigrazione un argomento tabù per i politici giapponesi, e in passato il paese ha accettato solo persone altamente qualificate provenienti dall’estero. Anche con il cambiamento, il governo insiste sul fatto che la nuova politica non prevede di accogliere immigrati, riporta Scmp. Il numero di lavoratori stranieri in Giappone è passato da 680.000 nel 2012 a 1,28 milioni nel 2017, mentre il Giappone si è classificato al quarto posto tra i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in termini di afflusso di popolazione straniera.

Prima del nuovo visto, il Giappone aveva due ingressi principali per i lavoratori stranieri poco qualificati. Uno era il suo famigerato sistema di “tirocinio tecnico”, creato dal governo nel 1990. In pratica, questo sistema funge ora da canale per le piccole imprese giapponesi, in particolare quelle che operano nel settore dei macchinari rurali, dell’edilizia e dell’agricoltura, per assumere giovani a basso costo provenienti dai paesi in via di sviluppo dell’Asia per un massimo di cinque anni. I tirocinanti non possono cambiare lavoro. In questo ambiente di lavoro oppressivo, alcuni non ricevono alcuna retribuzione per gli straordinari, o vengono molestati dai datori di lavoro.

L’altra via per i lavoratori stranieri è il sistema di istruzione. Un decennio fa, l’allora gabinetto del primo ministro Yasuo Fukuda aveva lanciato un ambizioso progetto per attrarre 300.000 studenti stranieri entro il 2020, per garantire al Giappone di poter competere a livello internazionale. Ci sono ora più di 260.000 studenti stranieri in Giappone. Il numero di studenti nepalesi è quintuplicato dal 2012 a 23.000; il numero di studenti vietnamiti è aumentato da 8.811 a 69.565 nello stesso periodo.

Graziella Giangiulio