Proteste anti-giapponesi in Cina

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Nuovo giorno di feroci proteste anti-giapponesi in Cina per le isole contese nel Mar cinese occidentale.

Il primo ministro giapponese, Yoshihiko Noda, ha chiesto a Pachino di proteggere imprese, cittadini e interessi giapponesi nel Celeste impero. A scatenare la folla è sempre la questione della sovranità sulle isole Diaoyu.

Se in precedenza la furia si era scatenata a Pechino, stavolta è toccato a Shanzen, vicino ad Hong Kong. Secondo il canale giapponese Nhk, la folla si è scatenata anche nella città di Qingdao, dove i dimostrati hanno assaltato un serie di fabbriche gestite da imprese nipponiche distruggendole. Le proteste sono state scatenate dall’annuncio dell’acquisto da parte del governo di Tokyo delle isole Sensaku (le Diaoyu per i giapponesi) da un cittadino giapponese che le possiede. Decisione definita da Pechino una provocazione ed una violazione della sovranità.Nel territorio delle isole si stima ci siano grandi riserve di gas. Il governo cinese sta tentando di bilanciare la violenza alimentata dalle proteste ufficiali con i possibili contraccolpi nel delicato periodo di una tormentata successione nella leadership. A Pechino, la prima giornata di proteste ha visto l’assalto all’ambasciata nipponica, protetta da un cordone di polizia che a stento è riuscita a contenerla; a Shangai, simili scene si siono ripetute davanti al consolato giapponese mentre a Chengdu, la folla ha tentato di assaltare il consolato statunitense.

L’esasperazione dei toni e della protesta avviene in un periodo nel quale c’è poco spazio per la trattativa politica. Il governo Noda si avvia a gestire un complesso appuntamento elettorale e intende gestire la questione della sovranità sulle isole come un punto di forza della campagna. D’altro canto, il Partito comunista cinese deve gestire un ricambio al vertice: Hu Jintao deve dimettersi al prossimo congresso che dovrebbe aprirsi nel mese di ottobre e l’indignazione per la sovranità delle isole se da un lato unisce il popolo dall’altro espone il governo ad azioni che devono essere percepite come “di forza”.