La Cina “invade” il Kazakhstan

84

KAZAKHSTAN – Astana. 29/12/14. Molto presto le aziende cinesi cominceranno a trasferirsi in Kazakhstan. Il tutto è stato sancito da un accordo tra i due stati siglato da Karim Massimov, primo ministro kazako e il premier cinese Li Keqiang. Fonte Zakon.kz 

La questione però secondo il zakon.kz non è molto chiara ai cittadini kazaki. La confusione secondo la testata nasce da due dichiarazioni un po’ contraddittorie, una di Li Keqiang che ha detto che la Cina è pronta a costruire sul territorio del Kazakistan fabbriche per la produzione di vetro, cemento e prodotti agricoli per la trasformazione. E la seconda del primo ministro kazako, Karim Massimov che ha detto che «stiamo parlando del trasferimento del potere del settore non primario di decine di imprese e miliardi di dollari di investimenti». Secondo la testata il problema nasce perché «la società kazaka è tradizionalmente diffidente verso qualsiasi rafforzamento della presenza cinese nel loro paese. Ma, se a beneficiare sarà il Kazakistan allora l’investitore cinese» sarà visto meglio. La Cina negli ultimi tempi ha dato vita a una politica di trasferimento della produzione all’estero. Le motivazioni, sempre secondo la testata kazaka, sarebbero le più di verse, da un lato, «il desiderio di sbarazzarsi di un eccesso di capacità. Nel momento in cui la crescita economica sta rallentando e la produzione di una serie di prodotti diversi non è richiesta senza sosta, le autorità cinesi effettuato un programma per il trasferimento di produzione verso altre regioni del mondo». E ancora, fattori di «”sovrapproduzione” sul territorio della Cina, in particolare «il mercato e cemento, acciaio e vetro. Anche l’anno scorso, secondo il piano del Consiglio di Stato in sei province industriali principali della Cina è stato prescritto per 5 anni di ridurre la produzione di acciaio a 80 milioni di tonnellate» per cui queste capacità e produzioni in più verranno spostate all’estero.
In secondo luogo l’aumento del costo della manodopera cinese che a partire dal 2003 ha visto un aumento dei salari. Un’ora di lavoro nelle fabbriche cinesi pagato nel 2003 era pagata 0,62, dollari ma nel 2008 costava 1,32 dollari, e nel 2013, 2,2 dollari. Cioè, i costi salariali sono aumentati di circa 3,5-4 volte a seconda della produzione. E oggi, secondo gli economisti, lo stipendio medio di operaio cinese è di circa 340 – 360 dollari al mese. Per questo motivo la Cina sta delocalizzando all’estero per esempio l?Africa. L’unica cosa che complica il processo, in Africa è la mancanza di infrastrutture adeguate.Ma questo vuoto lo riempirà l’Impero Celeste. Nel 2013 nel continente nero sono stati inviati 214.000 lavoratori cinesi per la costruzione di strade, ponti, dighe e centrali elettriche. Si tratta di circa un quarto di tutti i lavoratori cinesi che vanno all’estero per lavorare in imprese statali. In terzo luogo, la produzione sarà trasferita dalle regioni in cui l’ambiente è a rischio. Non è un segreto che la Cina ha serie difficoltà con l’ambiente. Ad esempio, nella provincia di Hebei, che circonda Pechino, una città famosa in questi ultimi anni per il suo smog. Per questo c’è in programma lo spostamento di una parte delle acciaierie, così come del cemento e del vetro. Secondo il Dipartimento della Provincia di HebeiEnvironmental Protection Agency, l’acciaio, le industrie del vetro e del cemento e della forma di energia elettrica emettono fino al 65% delle emissioni di anidride solforosa e il 61% delle emissioni di fumo e polvere. Per ovviare a questa problematica, la provincia ha annunciato la costruzione di un impianto per la produzione di acciaio in Sudafrica nel 2019. In generale, la provincia è pronta a delocalizzare nel 2023 esportando capacità produttiva di 20 milioni di tonnellate di acciaio e 30 milioni di tonnellate di cemento. Tra i paesi nel mirino vi sarebbero l’Africa, l’America Latina, l’Europa orientale, l’Asia. Quarto fattore il trasferimento della produzione per evitare i dazi commerciali su prodotti cinesi, che impongono alcuni paesi nella speranza di vincere i fan di dumping dalla Cina. L’esempio più eclatante è la produzione di pannelli per celle solari, che sono prodotti in Cina (con l’aiuto dei sussidi statali) venduti in Europa a prezzi che hanno fatto saltare il resto dei produttori per bancarotta. Le importazioni di pannelli solari cinesi sono stato stimate a 21 miliardi di euro e le imposte commerciali, insieme con le indagini antidumping della Commissione europea sono stati un duro colpo per le imprese cinesi, concentrate sul mercato europeo. I cinesi poi hanno deciso di fornire pannelli utilizzando le imprese del Sud Africa riunite a Istanbul. L’apertura di fabbriche in Sud Africa e in Portogallo permetterebbe ai cinesi di vendere i loro pannelli in Europa e in tutti duty free. Infine, c’è una motivazione tutta kazako.cinese, spiega ancorala testata, in quanto la Cina si trova ad affrontare il fatto che ora acquistare i cinesi per i kazaki non è così redditizio come un tempo. E il trasferimento della produzione al territorio della Repubblica del Kazakhstan aiuta a rendere i prodotti cinesi più attraente per gli imprenditori che prima li acquistavano nello Xinjiang, e per i consumatori, a causa del fatto che ha ridotto il suo valore. In generale, il Kazakistan e altri paesi dell’Asia centrale non sono tra le priorità per la delocalizzazione delle imprese cinesi. Le aziende cinesi preferiscono spostare la produzione in regioni in cui il lavoro è già più conveniente che in Cina. Come: Vietnam, Cambogia, Indonesia, Filippine. Tuttavia lo Xinjiang è stranamente la regione con il salario medio tra i più alti in Cina. Un elemento che l’analista kazako ha dimenticato che il metodo colonialista che la Cina adotta d almeno dieci anni per controllare l’economia mondiale. Invia le imprese, i suoi operai, crea una colonia che poi diventa un “potere economico” e anche un porto franco per gli affari e in questo modo controllano, nel tempo l’economia del Paese colonizzato. Avendo dalla loro, al momento, un boom economico alla base e una demografia esplosiva.
Da parte kazaka i benefici, secondo la testata giornalistica, sarebbero: diminuire la forte dipendenza dalle importazioni cinesi. Con l’insediamento delle fabbriche in Kazakhstan una parte significativa dei beni che prima venivano acquistate dalla Cina ora verrebbero prodotte in Kazakhstan. Ad esempio il vetro kazako è per lo più importato principalmente dal Xinjiang. A prima vista l’insediamento delle fabbriche in Kazakhstan è utile non solo per le imprese e i consumatori che fanno risparmiare tempo e denaro, ma anche lo Stato. Tasse, le infrastrutture, i lavoro, tutti questi fattori del contesto economico attuale sono evidenti vantaggi per il Kazakistan. Per quanto riguarda i posti di lavoro, si può presumere che la direzione e la gestione saranno cinesi. Questa è una pratica tipica e deve essere pronta per questo. Gli operai saranno reclutati tra i cittadini kazaki. In caso contrario, la redditività di tali imprese è in dubbio. La questione ambientale è più complicata. Il programma di trasferimento cinese degli impianti di produzione è in gran parte dovuto al fatto che in alcune regioni cinesi si è a rischio equilibrio ecologico, e anche portare a proteste sociali da parte dei cittadini che temono per la loro salute e la qualità dell’acqua, dell’aria e del suolo in prossimità dei loro villaggi. Se si costruiscono le imprese che operano con vecchia tecnologia o produzione dannosa, per il Kazakhstan sarebbe un rave danno, anche perché il Kazakhstan come altre aree centro-asiatiche non ha molto ricambio di falde acquifere. «Dobbiamo» si legge nel giornale, «naturalmente, controllare il rispetto di tutte le normative tecniche e di prevenire la contaminazione. Il fatto che la Cina ha espresso la volontà di investire fino a 50 milioni di dollari nel quadro SCO sulla formazione in materia di protezione dell’ambiente e della salute pubblica» è un po’ allarmante.