GAMBIA. I boia della dittatura di Jammeh alla sbarra 

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Un ufficiale dell’esercito del Gambia ha testimoniato che lui e due colleghi hanno sparato al giornalista Deyda Hydara nel 2004 uccidendolo, su ordine dell’allora presidente Yahya Jammeh, fornendo il primo resoconto diretto dell’uccisione precedentemente senza motivo.

Come riporta Defence News, il tenente Malick Jatta ha ammesso anche di essere coinvolto nelle uccisioni di più di 50 migranti. La testimonianza è stata resa di fronte a una commissione per la verità istituita dal governo del presidente Adama Barrow per indagare sugli abusi commessi sotto Jammeh;, Jatta ha detto di essere un membro della guardia d’elite di Jammeh, nota come i “junglers”.

Hydara, oppositore del governo di Jammeh e co-proprietario del giornale indipendente The Point, è stato ucciso alla periferia della capitale dell’Africa occidentale Banjul. Jammeh è fuggito in Guinea Equatoriale nel 2017, avendo perso le elezioni presidenziali, dopo 22 anni di potere segnati da esecuzioni extragiudiziali, torture e sparizioni forzate, oltre che da furti di beni dello Stato. Da quando ha lasciato il Gambia Jammeh non è più raggiungibile, ma i suoi sostenitori parlano di  caccia alle streghe.

Jatta ha detto alla commissione che il giorno dell’uccisione di Hydara, il capomissione, capitano Tumbul Tamba, Jatta e altri due soldati, Alieu Jen e Sana Manjang, hanno preso un’auto dalla residenza di Jammeh a Kanifing, e che Tamba parlava con Jammeh per telefono. Hanno incrociato l’auto su cui era Hydara e hanno aperto il fuoco.

Jatta è stato pagato 50.000 dalasai, pari a 1.000 dollari per l’operazione. Jatta ha detto di aver scoperto solo il giorno seguente che l’obiettivo era Hydara, che lavorava per l’Agence France-Presse e Reporter Senza Frontiere. ll capitano Tamba è morto diversi anni fa, Jeng e Manjang sono oggi irreperibili.

Gli investigatori del Gambia accusano Jammeh di altri crimini, tra cui l’ordine di uccidere nel 2005 circa 50 marinai che temeva lo avrebbero rovesciato. I corpi sono stati poi scaricati in un pozzo nel Senegal.

Lucia Giannini