Francia, per FMI sette sfide da affrontare

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FRANCIA- Parigi. I cugini francesi che sempre hanno ironizzato sulle sorti italiane alla fine non se la passano tanto meglio dell’Italia, l’unica agenzia di rating che ha mantenuto un buon rating è Fitch che mantiene la tripla A. Mentre nei mesi scorsi sia Moody’s che Standard & Poor’s non ci hanno pensato due volte è l’hanno retrocessa rispettivamente a Aa1 e a AA- .

A rincarare la dose ora ci si è messo il Fondo monetario internazionale, secondo cui Parigi ha una economia stagnante da 12 mesi e quindi è giunto il momento di correre ai ripari. A far storcere il naso a UE e mercati le norme francesi che vanno in senso contrario al contenimento del debito pubblico, vedi quella sul reintegro del pensionamento a 60 anni.

L’Economist un mese fa definiva la Francia una bomba ad orologeria, con il rischio di scivolare inb basso ai livelli di Portogallo, Grecia, Spagna, Irlanda. A dire il vero gli analisti economici italiani sono almento un paio di anni che cercano di spiegare al mondo che il debito pubblico francese è molto più elevato di quello italiano e che le riforme strutturali di Parigi latitano da un ventennio. La Francia è la seconda economia dell’Eurozona, può annoverare imprese solide, come L’Oreal, Total Energy Group e PPR. Ma nel sistema-paese vi sono delle anomalie che in tempo di crisi economica non possono essere trascurate pena la crisi dell’euro.

Per l’FMI la Francia deve tagliare la spesa pubblica, dovrebbe riacquistare competitività rispetto ai propri partner commerciali; aumentare la stabilità finanziaria (molte banche francesi sono coinvolte nell’acquisto dei titoli spazzatura della Grecia e nei prodotti derivati della crisi del 2008); dare impulso alla crescita e alla creazione di posti di lavoro; contenere la spesa pubblica e ridurre il carico fiscale nel medio termine per ridurre il peso del debito; aumentare la capacità delle imprese di investire e adattarsi rafforzando gli incentivi; consentire una maggiore concorrenza nel settore dei servizi, per migliorare il potere d’acquisto delle famiglie e ridurre i costi di produzione per le imprese; rafforzare la credibilità della politica.