FILIPPINE. Usciamo dalla Corte Penale Internazionale

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Il presidente Rodrigo Duterte ha dichiarato, oggi, che sta facendo uscire le Filippine dal trattato su cui si basa il Tribunale penale internazionale, che sta esaminando la guerra alla droga della sua amministrazione. «Dichiaro, quindi, e comunico immediatamente… che le Filippine stanno ritirando immediatamente la ratifica dello Statuto di Roma», ha dichiarato Duterte.

Secondo quanto riporta The Hindus, la Corte dell’Aia ha annunciato, il mese scorso, che stava aprendo un “esame preliminare” della sanguinosa repressione antidroga di Duterte che ha suscitato reazioni controverse a livello internazionale. La polizia dice di aver ucciso quasi 4.000 sospetti trafficanti di droga come parte della campagna, mentre i gruppi di diritti umani sostengono che il totale è circa tre volte superiore a quello dato dalle autorità.

Il leader filippino, accusato di aver lanciato gli omicidi con dichiarazioni provocatorie, ha messo in discussione il fatto che le Filippine siano diventate la prima nazione del sud-est asiatico sottoposta a un esame preliminare da parte del procuratore della Corte penale internazionale.

Aperta nel 2002, la Corte penale internazionale è l’unica corte permanente per i crimini di guerra compiuti nel mondo e mira a perseguire gli abusi quando i tribunali nazionali non sono in grado o non vogliono. Le Filippine, sotto la guida del precedente presidente Benigno Aquino, hanno ratificato nel 2011 lo Statuto di Roma che è alla base della Cpi, dando al tribunale l’autorità di indagare sui crimini commessi sul suo territorio.

Il 14 marzo, Duterte, ex avvocato, ha attaccato l’esame preliminare della Cpi nella sua campagna antidroga, affermando che era stata «creata indebitamente e maliziosamente. È evidente che la Cpi viene utilizzata come strumento politico contro le Filippine», ha detto Duterte.

Nella sua dichiarazione, il presidente filippino ha citato gli «attacchi infondati, senza precedenti e oltraggiosi contro la sua persona e la mia amministrazione. Gli atti da me asseritamente commessi non sono né genocidi, né crimini di guerra. I decessi avvenuti durante il processo di legittime operazioni di polizia mancano dell’intenzione di uccidere», ha aggiunto.

Ma già il 13 ottobre 2016, quando Duterte era stato in carica da meno di quattro mesi, il procuratore della Cui, Fatou Bensouda, ha dichiarato di essere «profondamente preoccupata» per le segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali di oltre 3.000 presunti tossicodipendenti e spacciatori.

Aggiungendo pressioni su Manila, nel mese di febbraio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra ha sollevato la situazione dei diritti umani del paese con il ministro degli Esteri islandese Gudlaugur Thor Thordarson, che ha esortato le Filippine ad accettare la visita di un relatore speciale delle Nazioni Unite.

I funzionari filippini avevano inizialmente dichiarato, in febbraio, che il paese era pronto a collaborare ma chiedeva equità. Harry Roque, portavoce di Duterte, ha, inoltre, dichiarato che avrebbe rifiutato la visita di uno di questi relatori, Agnes Callamard, che in precedenza aveva esercitato pressioni per indagare sulle uccisioni. Ma Roque ha anche detto che la Cpi non ha alcuna giurisdizione sul caso, perché il tribunale era inteso come “corte di ultima istanza” e i tribunali filippini erano pienamente operativi.

Lucia Giannini