Facebook Arab Spring

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GIORDANIA  – Amman. La democrazia della rete non è presente solo in Italia con M5S, o nell’Unione europea, invasa dal Partito dei Pirati, dopo l’esperienza sanguinosa della Primavera araba e del suo incredibile autunno, spunta la Giordania con il varo di un parlamento ombra che si muove nel virtuale di facebook. Obiettivo: monitorare e fustigare il parlamento eletto recentemente, accusato di non rappresentare le istanze del Paese.

Al Cafe Jadal, sulla collina di al-Kalha nel centro di Amman, nasce il primo nucleo del parlamento facebook della Giordania. I membri discutono degli affari giordani e del ruolo che i membri, giovani per lo più, possono svolgere nel realizzare le riforme desiderate, senza la violenza registrata nei Paesi vicini.

A loro detta, quello che hanno tutti a cuore è promuovere il Paese, lasciando inalterate le capacità e le aspirazioni delle persone che  vi vivono.

Le discussioni che si svolgono varie durante le riunioni dei giovani in un angolo del caffè, che è costruito su una collina nelle zone interne della città vecchia che è stata teatro di manifestazioni contro la corruzione, sottolineano la percezione che una nuova gioventù sta prendendo forma. La Giordania di oggi non è la Giordania di un tempo.

Il parlamento (nella foto d’apertura gli eletti) è stato creato dai giovani su Facebook, in parallelo all’istituzione legislativa di cui intende monitorare le prestazioni.

Quasi 3.000 i giovani, di età superiore ai 18 anni, che hanno votato le liste dei candidati presenti nella pagina in rete per i 27 seggi disponibili. I candidati hanno scelto slogan ironici e nomi per le loro liste che riflettono la realtà in cui vivono. C’è, ad esempio, una lista chiamata “Pellerossa” (il nome è legato ala situazione dei popoli indigeni di Giordania, percepita come non diversa da quella degli indiani d’America, popolo indigeno che ha sofferto povertà e emarginazione), un altra più chiaramente  “Bancarotta nazionale” o “Rifugiati giordani in Giordania” o  “I tempi sono Cattivi” (nome tratto da una famosa canzone del musicista libanese Ziad Rahbani).

Questo nuovo Parlamento, fatto di giovani, non esita a protestare in tutti i modi, condannando la legge  elettorale giordana con la quale si sono svolte le recenti elezioni parlamentari, in gran parte perché adotta il sistema a turno unico e esclude dall’elettorato passivo  chiunque sia sotto i 30 anni di età.

Lo scandalo denunciato parte da un fatto di corruzione: una parte dei 150 seggi della Camera dei Rappresentanti è stata vinta da persone che erano state arrestate pochi giorni prima delle elezioni con l’accusa di corruzione. Questo dato, per il parlamento facebook, li ha resi «non ammissibili a ricoprire la carica di legislatore in Parlamento».

Re Abdullah II di Giordania ha esplicitamente inserito nelle riforme prioritarie la modifica della legge elettorale; Abdullah, poi, ha anche chiesto ai giovani di formare nuovi partiti politici, criticando aspramente quelli esistenti.

Anche se la composizione del parlamento virtuale è variegata (islamisti, sinistra, nazionalisti), tutti hanno sottolineato fin dall’inizio il loro rifiuto di inquadrare se stessi nell’alveo di una particolare forza politica, e hanno sottolineato il giuramento che pronunciano in ogni incontro: «Giuro su Dio Onnipotente di essere fedele alla patria e al popolo».

La sensazione comune è quella di non essere rappresentati nelle istituzioni dello Stato a causa della legge elettorale che è ritenuta «sbagliata e che produrrà inevitabilmente una casta non rappresentativa di eletti» si legge nelle loro dichiarazioni. 

Basilare il ruolo dei social media in questo esperimento: molti membri avevano preso parte ai social forum e molti sono indipendenti; si sono conosciuti su facebook e twitter, e sono stati coinvolti nel processo decisionale che resta purtroppo virtuale privo si risultati tangibili sul terreno.

Mentre i membri del Parlamento dei giovani aspirano ad essere una presenza efficace e lavorare come una sorta di “parlamento ombra”, il movimenti di opposizione al-Hirak (il movimento) continua a protestare in strada. I manifestanti hanno concentrato le loro denunce sulla corruzione, sui servizi carenti e sulla disoccupazione, esprimendo la loro insoddisfazione per le privatizzazioni e le riforme del mercato oltre alle iniziative volte a ridurre la spesa pubblica tagliando i servizi.