La Russia invade il mercato asiatico

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RUSSIA – Mosca. La crisi economica mondiale ha cambiato definitivamente l’aspetto economico finanziario mondiale. Non solo sono cambiate le rotte finanziarie, ovvero Shangai è diventata una piazza finanziaria di serie “a” a scapito di Londra che nei mesi sta diventando una sorta di cimitero degli elefanti. Sta cambiando giorno dopo giorno l’interesse politico – economico dei Paesi. La Russia per esempio da sempre interessata ad avere sbocchi sul mercato europeo, soprattutto in materia di idrocarburi e gas naturale, da qualche tempo, ovvero da quando il Giappone annaspa da un punto di vista energetico si sta affacciando verso l’Asia per trovare nuovi mercati.

In Europa dopo tutto le nuove norme sulla concorrenza in materia di energia mettono un freno alle mire espansionistiche russe.

Il maggiore concorrente di Mosca, Doha, non starà di certo a guardare anche perché fino ad ora il mercato asiatico era appannaggio suo. Anche perché con i giacimento di petrolio in esaurimento la vendita del gas naturale sta diventando prioritaria. Il Qatar fino ad oggi sul mercato asiatico si è mosso più velocemente di quanto non abbia fatto la Russia, soprattutto in Giappone. Tuttavia, Mosca potrebbe sfidare Doha rapidamente investendo il capitale necessario per sfruttare a suo vantaggio il gas comparato di recente.

Il Giappone è molto appetibile come cliente perché è sprovvisto di materie prime ed è circondato dall’acqua. Negli ultimi dieci anni è stato il più grande consumatore di gas naturale nel mondo. Ora con l’approvazione della norma che impedirà a Tokyo di dare vitanuove centrali nucleari rimane da colmare il vuoto dell’energia dell’atomo e quindi servirà più gas naturale di quanto non ne abbia consumato fino ad oggi. Solo nel 2011 l’incremento dell’utilizzo di gas è sta o del 30% rispetto al 2010 per un totale consumato di 120 miliardi di metri cubi di gas.

Le stime per l’importazione di gas naturale del Giappone nel 2020, in assenza di nucleare, oscillano fra 100 miliardi e 117 miliardi di metri cubi all’anno. Il Giappone rimarrebbe, in altre parole, il più grande importatore mondiale di gas naturale liquefatto e uno dei primi cinque importatori totali di gas naturale e nel prossimo decennio. In confronto, le importazioni di gas naturale liquefatto della Cina non supereranno i 60 miliardi di metri cubi entro l’anno 2020.

 

Nel 2011, il Giappone ha importato il gas naturale liquefatto da cinque principali fornitori: Malesia (19 per cento), Australia (18 per cento), Qatar (15 per cento), Indonesia (12 per cento) e la Russia (9 per cento). Il costo totale per le forniture è elevatissimo perché il Giappone cerca d stringere accordi nel lungo periodo, in alcuni casi paga anche il 50% in più ad esempio rispetto all’Inghilterra. Il problema è che non ci sono alternative ai fornitori di gas. Tra i fornitori più importanti l’Australia che ha fatto sapere di voleri incrementare la produzione. Canberra aprirà sette nuovi terminali di esportazione e prevede di aggiungere quasi 80 miliardi di metri cubi all’anno di gas liquefatti capacità di esportazione del gas naturale entro il 2020. Progetti di sviluppo supplementari sono inoltre prendendo forma in Russia, Papua Nuova Guinea e negli Stati Uniti.

Per ora il Qatar è stato quello in grado di assorbire più rapidamente la richiesta proveniente dal Giappone, è un Paese che ha a disposizione grandi quantità ed è già sufficientemente dotato di tecnologia per estrazioneesportazione. Non è un caso dunque se dopo l’incidente di Fukushima, il Qatar ha firmato tre contratti a lungo termine (da 15 a 20 anni) per un volume complessivo pari a circa al 20 per cento delle importazioni del Giappone di gas naturale liquefatto. I prezzi sono così elevati, per la fornitura che il Giappone ha cominciato a cercare alternative a Doha. Non solo, il Giappone cerca un fornitore geograficamente vicino, in grado di fornire anche on demand gas. La Russia a tal proposito è l’unico importante esportatore di gas naturale nell’area dell’Asia-Pacifico e ha compiuto progressi significativi verso lo sviluppo di proprie esportazioni verso l’Asia come parte degli sforzi di Mosca per controbilanciare i cambiamenti strutturali del mercato europeo. La Russia da tempo sta cercando di incrementare le infrastrutture per le esportazioni di gas verso la Cina e dopo un inizio idilliaco, sono sorte lentezze burocratiche tanto da far capire alla Russia che non era aria, o meglio che la Cina preferisce comprare le riserve di gas dall’Asia centrale piuttosto che dalla Russia. L’alternativa, diminuendo le opportunità di vendita in Europa, sono il Giappone e la Corea del Nord. Per questo a Mosca dal 2009 hanno dato vita al progetto Sakhalin un impianto per l’esportazione del gas – e uno dei progetti più costosi portafoglio energetico del Cremlino – ma che nonostante la sua vicinanza ai mercati asiatici, ed i relativi costi di spedizione più bassi, non è concorrenziale per via dell’elevato prezzo elevato di esplorazione offshore nel mare di Okhotsk. I prezzi del Quatar dunque sono ancora vantaggiosi. Adesso la Russia hadeciso di puntare sui gasdotti via terra meno costosi sia d aun punto di vista dell’estrazione che da un punto di vista del costo della manodopera che passano attraverso la Siberia orientale. Il giacimento di Kovykta per esempio sarà pronto nel 2015 e porterà in grembo a Mosca 50 miliardi di metri cubi di gas naturale per l’esportazione verso l’Oriente. La sfida è quella di creare una rete di gasdotti che porta da Kovykta all’Oceano Pacifico circa 2.000 chilometri (circa 1.200 miglia) – progetto in partenza nel 2013.

Se la Russia riuscisse a costruire un gasdotto che arriva direttamente in Giappone non avrebbe più concorrenti, potrebbe aggiudicarsi immediatamente le gare per il rifornimento. Ciò è talmente vero che il Giappone ha mostrato il suo sostegno per la costruzione di un gasdotto dalla Russia – Tokyo si è persino offerto di finanziare parte del progetto – ma Mosca è stato reticente. I costi di investimento iniziale sarebbero sbalorditivi- vicino ai 20 miliardi di dollari in un momento in cui la Russia ha appena iniziato la costruzione del gasdotto South Stream di 16 miliardi dollari e ha concluso l’espansione Nord Stream sborsando 5 miliardi di dollari.