Energia lituana: meno Russia più Ue

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LITUANIA-Vilnius, 11/7/13. Venerdì 12 luglio per la Lituania inizierà il suo semestre di Presidenza dell’Unione europea, rappresentando un’ottima occasione per avvicinarsi alle politiche europee in materia energetica ed eliminare così il monopolio russo sul paese.

 

Per quanto, infatti, la Lituania sia stato il primo Paese, insieme alle altre due repubbliche baltiche, a staccarsi dal blocco sovietico e ad entrare nell’Ue, dopo più di 20 anni continua ad essere economicamente, e spesso politicamente, sottomesso alle direttive di Mosca. In particolar modo il fabbisogno energetico rappresenta un vincolo senza una fine immaginabile, in cui la Russia detta indisturbata le sue condizioni. Nonostante siano già in atto progetti e collegamenti di sistemi elettrici tra Lituania e Svezia, oltre ad un sistema di corrente alternata con la Polonia, la Lituania è ancora fortemente legata al vecchio sistema sovietico, essendo dipende per circa il 60% dall’elettricità che le viene trasmessa da Minsk e Kaliningrad. 

Il problema principale però quello delle forniture di gas. Il Paese Baltico dipende per il 99% da Gazprom, monopolio paragonabile solo a quello presente in Bulgaria. Oltre a rappresentare l’unico fornitore di gas, è anche coproprietario del gasdotto presente in territorio lituano, cosa che ha fatto sempre più avvicinare la Lituania alle politiche energetiche europee, e in particolar modo a farle adottare il Terzo Pacchetto Energetico. Una garanzia contro i monopoli delle forniture di gas, e un forte freno sui costi dell’acquisto del prodotto che scinde da quelli della distribuzione. La compagnia nazionale Lietuvos Dujos, è infatti di proprietà per il 38 % della tedesca E.on e per il 37% di Gazprom, ma quest’ultima rappresenta l’unico fornitore. La Presidente lituana, Dalija Grybauskaite, in un’intervista tenutasi la scorsa settimana, ha affermato la ferma intenzione del suo Paese di avviare il libero mercato nel settore energetico e di abbracciare le politiche comunitarie in materia, ritenendo che questa sia la priorità del semestre di presidenza. Il governo lituano sensibilizzerà inoltre Bruxelles all’intensificare i rapporti con altri paesi dell’ex-blocco sovietico ancora troppo legate alla Russia, come Ucraina e Bielorussia, in modo che tra sei mesi il ruolo di dominio di Putin non sia più così scontato.

La Presidente, nella stessa intervista, afferma la necessità della diffusione delle politiche energetiche comunitarie, in quanto l’assenza di un mercato unico aumenta spropositatamente i costi, limita la diversificazione e il diritto di concorrenza, e, a suo parere, entro il 2015 nessun Paese appartenente all’Unione Europea dovrà trovarsi in una situazione di isolamento energetico. 

L’intenzione di intraprendere politiche energetiche innovative è stata promossa anche a seguito delle dichiarazioni di Gazprom, del mese scorso, secondo cui nel 2014 i prezzi saranno imposti. In realtà non è stata pubblicata una versione ufficiale, se non il fatto che la spesa sia destinata a crescere vertiginosamente, tanto che alcuni hanno affermato che per spiegare cifre simili probabilmente invece di esprimersi in euro come è stato fatto, ci si voleva riferire a dollari. 

Il Ministro dell’energia lituano Neverovic sostiene che il gestire i prezzi in questo modo non porterà alcun beneficio a Gazprom. Già attualmente la Lituania paga 500 dollari per 1000 metri cubi di gas, mentre la Germania solamente 400, cosa che per il governo lituano è inconcepibile e insostenibile. 

A fronte di ciò, sono stati avviati progetti di diversificazione, in modo tale da rappresentare una concorrenza per il colosso russo e ridimensionare il rapporto di dipendenza tra i due Paesi. Oltre ad un gasdotto teso a collegare il sistema di infrastrutture energetiche in Lituania al rigassificatore Swinoujscie polacco, il governo lituano ha intrapreso la realizzazione di un proprio rigassificatore, che le farebbe ottenere gas liquido dalla Norvegia, presumibilmente attivo già per gli inizi del 2015. Questo tipo di gas è decisamente più economico, i costi delle importazioni si ridurrebbero almeno del 5-10% rispetto a quelli pretesi da Gazprom, si pensa possano arrivare addirittura a scendere del 20%, in quanto ci sarebbe finalmente una concorrenza e la Lituania potrebbe per la prima volta nella sua storia: trattare. 

LNG inoltre ha costi indipendenti, mentre il gas naturale imposto dalla Russia sottostà sempre al valore di mercato del petrolio e il suo acquisto è vincolato in ogni caso da contratti a lungo termine. La speranza di indipendenza energetica della Lituania ha tuttavia lati negativi. Ovviamente è un grande costo e investimento per il Paese, più incerto di quanto si possa pensare, dal momento che la Lituania non ha alcuna riserva di gas, al contrario della vicina Lettonia, e si tratterebbe comunque di instaurare nuovi rapporti di dipendenza, con condizioni più favorevoli, ma avendo in ogni caso un ristretto potere decisionale. Ma il problema maggiore sembra essere che il rigassificatore divenga un progetto gestito da corruzione e rapporti di forza, situazione, secondo i media locali, assai probabile e in cui sarebbe facile per Gazprom prendervi parte ed ottenere un suo tornaconto. 

Ci sono già stati vari ritardi e situazioni poco chiare, tanto che la Presidente Grybauskaite ha dovuto dichiarare che se il progetto divenisse effettivamente uno spazio per il dilagare della corruzione, non verrebbe interrotto, ma notevolmente e drasticamente ridotto. Gazprom si dichiara del tutto disinteressata alle politiche energetiche intraprese dalla Lituania, non facendo pensare ad un suo coinvolgimento in eventuali appalti, ma i rapporti sono inequivocabilmente tesi e sospettosi. 

La costruzione di un rigassificatore inoltre apporta notevoli disagi ambientali. Già ci sono state ripercussioni sulla fauna marina e avicola, oltre alla minaccia per il vicino sito del Curonian Spit, patrimonio dell’UNESCO e della direttiva europea Natura 2000. 

Il sentimento nazionale però ha la precedenza, e persino gli ambientalisti appoggiando il progetto, aiutando il monitoraggio per la salvaguardia delle specie che abitano la zona, in modo tale che vi siano ripercussioni ambientali ridotte al minimo. I residenti nelle zone limitrofe al porto si dimostrano inoltre preoccupati per la costruzione di un rigassificatore nei pressi delle loro abitazioni, ma gli esperti assicurano che ciò renderà semplicemente la zona più sicura e che il passaggio di navi sarà meno frequente, dal momento che non potranno circolare nei momenti di trasferimento del gas. L’unico elemento di dissenso è rappresentato dall’Unione europea stessa, la quale preferirebbe che la Lituania non investisse tanto nel LNG, ma che si unisse ai progetti comuni di diversificazione, che prevedono comunque investimenti in rigassificatori. La Lituania al momento però ha urgenza di abbassare i costi delle importazioni di risorse energetiche, e di creare lavoro, visto che il tasso di disoccupazione nel 2012 è arrivato al 13%.                                                      Molti vedono nella risorsa nucleare un’alternativa alla dipendenza energetica del paese, visto che fino a dieci anni fa riusciva a coprire il 77% del fabbisogno energetico elettrico del paese. Con l’entrata nell’Unione Europea nel 2004, il paese è stato costretto a firmare per l’eliminazione delle sue centrali, funzionanti col sistema adottato anche da Cernobyl, e dal 2009 è stato tolto qualsiasi residuo di nucleare dal paese, determinando una sempre maggior dipendenza dalla Russia. Un referendum tenutosi lo scorso ottobre ha però evidenziato come la popolazione non voglia in nessun caso riaprire le centrali, anche se il governo continua a non escluderlo. Sempre lo scorso anno, il Giappone aveva dimostrato interesse nell’investire nel nucleare di Vilnius, ma il progetto è stato abbandonato nel momento in cui la sua funzionalità era strettamente collegata al coinvolgimento anche di Lettonia ed Estonia.

Il ruolo di questi due paesi per l’indipendenza energetica del Baltico è altrettanto importante. Il rigassificatore lituano prevede infatti un prolungamento anche alla Lettonia è non sarà funzionante prima del 2020, ma il progetto è visto comunque come quella rete di collegamenti che darà sicurezza energetica alle Repubbliche Baltiche. 

Domenica 7 Luglio il Ministro dell’economia lettone, Daniels Pavluts, ha espresso l’intenzione del suo Paese a liberalizzare il mercato del gas, in modo tale da favorire i rapporti con compagnie estere che contrastino il monopolio attuato da Gazprom. 

La compagnia energetica statale Latvijas Gaza, infatti è per il 47,2% della tedesca E.on, per il 6% della lettone Itera, e per il 34% di Gazprom, che è comunque l’unico fornitore. Pavluts ha dunque affermato l’intenzione di adottare il Terzo Pacchetto Energetico, che farebbe venir meno il potere economico e politico  russo sul paese oltre al controllo che Mosca attua sui mezzi di diffusione e trasporto delle risorse energetiche sulla nazione.

L’Estonia a sua volta è già da mesi in aperto conflitto con il colosso russo, e già da qualche tempo ha espresso l’intenzione di affidarsi al LNG, aumentando le probabilità di una futura rete energetica nel Baltico.

L’Unione Europea si dimostra soddisfatta delle decisioni prese e dalle intenzioni dimostrate dai tre Paesi, che aumentano notevolmente le possibilità di attuare diversificazione energetica in Europa, soprattutto in quelle aree dipendenti da un unico fornitore, come l’Europa Centro Orientale. 

Bruxelles ha deciso di collegare tra loro i gasdotti presenti nei Paesi dell’Unione, in modo da ridurre notevolmente i costi di distribuzione, e di realizzare rigassificatori in modo tale da importare il gas liquefatto da Norvegia, Qatar, Stati Uniti ed Egitto, diminuendo la dipendenza dall’Algeria e staccandosi finalmente dalla Russia.