Presidenziali 2014: El Salvador e Costa Rica al ballottaggio

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EL SALVADOR – San Salvador, 06/02/2014. I pronostici si sono avverati: gli elettori di El Salvador e Costa Rica dovranno tornare alle urne per scegliere il prossimo Presidente. Il secondo turno nei due Paesi centroamericani si terrà rispettivamente il 9 marzo e il 6 aprile. L’appuntamento elettorale di domenica 2 febbraio si è quindi tradotto in un nulla di fatto.

Nessun candidato salvadoregno ha ottenuto il 50% più uno dei voti, con una partecipazione elettorale pari al 53% degli aventi diritto mentre in Costa Rica nessun concorrente ha superato la soglia del 40% dei voti validi con una partecipazione elettorale pari al 70%. 

In entrambi i Paesi inoltre, alle presidenziali di quest’anno hanno potuto partecipare per la prima volta i residenti all’estero. Sono circa 2,8 milioni i salvadoregni idealmente coinvolti, grazie ad una legge del febbraio 2013 voluta dall’attuale presidente Mauricio Funes. Tuttavia, il numero reale di votanti dall’estero è stato di 10.337. In Costa Rica invece, i votanti residenti all’estero sono stati 12.652, pari a circa il 25% del totale, stimato intorno a 50.000 cittadini.

Per lo Stato salvadoregno, il ballottaggio vede protagonisti l’attuale vicepresidente, l’ex comandante guerrigliero Salvador Sánchez Cerén del FMLN (Frente Farabuno Martí para la Liberación Nacional, di sinistra) in testa con il 49% dei voti, e Normán Quijano, sindaco della capitale San Salvador, rappresentante dell’Arena (Alianza Republicana Nacionalista, di destra), secondo con il 39%.

In Costa Rica (nella foto d’aperttura i candidati) invece, il candidato del PAC (Partido de Acción Ciudadana, di centrosinistra) Luis Guillermo Solís, supera di soli due punti percentuali Johnny Araya, del PLN (Partido de Liberación Nacional), attualmente al governo. 

In El Salvador (in basso i candidati) si tratta di un episodio significativo, poiché questo sarà il primo ballottaggio dopo 20 anni. L’ultimo risale infatti al 1994, anno in cui si sono svolte le prime elezioni dopo gli Accordi di Pace del 1992 che posero fine alla sanguinosa guerra civile (1980-1992) costata circa 75.000 morti.

Curiosamente, anche nel ballottaggio del ’94 si contendevano il candidato dell’Arena, Armando Calderón Sol (poi risultato vincente), e Rubén Zamora, leader di una coalizione di sinistra che includeva anche il FMLN. Destino vuole quindi che i due partiti tornino a competere per la seconda volta. 

Seppur immediatamente bocciato al primo turno nel suo intento di creare un soggetto politico di centro in un Paese polarizzato tra gli estremi da molti anni, Elías Antonio Saca, il terzo candidato presentatosi con il Movimiento Unidad, rappresenterà con il suo 11% una forza determinante nella contesa tra Sánchez Cerén e Quijano. Se consideriamo gli attacchi ricevuti dai vecchi colleghi di Arena durante la campagna elettorale e, parallelamente, l’invito esplicito a unire le forze da parte di Sánchez Cerén nella giornata di domenica, sembra proprio che Elías Antonio Saca finisca col favorire il FMLN.

Mancano cinque settimane al ballottaggio, un periodo in cui gli ultimi sforzi di questa lunga campagna si concentreranno sui rispettivi cavalli di battaglia e sul reciproco discredito per non perdere i voti conquistati e attrarre quelli di chi ha creduto nell’elusivo progetto centrista.

Il successo al primo turno del FMLN ha ancora più valore se contestualizzato. Questo piccolo Paese centroamericano è passato dal dramma della guerra civile ad una democrazia sempre più condizionata dalle organizzazioni criminali, le famose bande chiamate “maras”, che controllano parte del territorio e si contendono il monopolio delle armi. A questo si aggiunge una dipendenza economica e migratoria dagli Stati Uniti di enormi dimensioni, basti pensare che il 16% del PIL de El Salvador proviene dall’invio di denaro degli emigrati salvadoregni al proprio Paese di origine. In un quadro del genere, il successo di un partito di sinistra con il percorso del FMLN acquisisce una certa rilevanza. Alle ultime presidenziali del 2009, questo partito ha conquistato il governo per la prima volta nella storia eleggendo il giornalista televisivo Mauricio Funes, attualmente in carica, riuscendo così a interrompere l’egemonia politica della destra che praticamente aveva governato il Paese per tutto il XX secolo. Il governo Funes si è caratterizzato per l’avvio di vari programmi di assistenza sociale, con vari finanziamenti all’istruzione, alla sanità, e il lancio del programma nazionale per l’alfabetizzazione, una politica ispirata a quella del PT brasiliano. Del resto, la moglie di Funes, Wanda Pignato, è brasiliana e fortemente legata al partito di Lula. 

Ciò che forse risulta ancora più interessante è che buona parte del successo progressista si debba alla politica della sicurezza. Di fronte al crescente potere delle “maras” e all’aumento esponenziale del tasso di omicidi e violenza, il governo Funes ha scelto di non ripetere le formule della destra e adottare il famoso “pugno duro”, ma di tentare un nuovo e rischioso cammino, quello di negoziare con le due bande più potenti del Paese “Salvatrucha” e “Calle 18”. Nel marzo 2012, per esempio, era in atto una trattativa che prevedeva il trasferimento di 30 capi criminali dalle carceri di massima sicurezza ad altri istituti penitenziari. In cambio, gli omicidi sono diminuiti del 40%. Non si trattava di un disarmo da parte di queste bande, né di un maggiore controllo dello Stato sul territorio, bensì di una diminuzione della conflittualità tra le organizzazioni criminali. La quotidiana guerra aperta e sanguinosa per le strade diventava un tacito accordo di rispetto dei propri territori. 

In El Salvador, che fino a poco tempo fa vantava il tasso di omicidi per abitante più alto del mondo tra le nazioni che non sono teatro di una guerra dichiarata, questo nuovo impegno per la sicurezza può intendersi come l’inizio di un secondo processo di pace, seppur ancora più complesso e difficile di quello del 1992. 

In Costa Rica, il candidato del PAC Luis Guillermo Solís ha vinto sorprendentemente il primo turno delle elezioni con il 30% dei voti, segnando una crescita dell’ultima ora molto importante per il suo partito se confrontata con il quarto posto ottenuto da Solís nelle preferenze, secondo i sondaggi realizzati nei giorni precedenti. Durante tutta la campagna infatti, i favoriti erano Johnny Araya, del partito al governo per il secondo mandato, e José María Villalta, del Frente Amplio, due candidati che si sono caratterizzati per il continuo discredito reciproco, apostrofandosi insulti come “comunista”, da Araya a Villalta, e “corrotto”, da Villalta ad Araya. 

Anche in questo caso, il risultato del ballottaggio è molto difficile da prevedere e dipende essenzialmente dalla capacità dei concorrenti di stringere alleanze strategiche. In molti sostengono una possibile svolta a sinistra del Paese centroamericano, perché il terzo posto ottenuto da Villalta è il miglior risultato della sinistra costaricana dopo moltissimo tempo e i simpatizzanti del Frente Amplio potrebbero essere decisivi al secondo turno.

Il successo di Solís emerge di fronte allo scontento per le politiche sempre più neoliberali dei governi costaricani, in barba alla tradizione socialdemocratica di un Paese che non dispone dell’esercito e che ha ottenuto una stabilità politica inedita per la regione, basti pensare che dal 1948 non vi è mai stato un intervento militare. 

I risultati di questo primo turno sono ancora più rilevanti perché mettono fine ad un lungo periodo di bipartitismo chiuso e quindi determinano un cambiamento profondo nel sistema politico. L’assetto bipartitico è ora minato da nuove forze che spaziano dalla socialdemocrazia alla sinistra estrema, una realtà che così si avvicina al quadro politico prevalente nell’intera regione latinoamericana.