Egitto: vincono i Fratelli Musulmani. Mohammed Morsi presidente senza poteri

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Si tratterebbe di una conferma. I Fratelli Musulmani vedono il loro esponente Mohammed Morsi assurgere alla carica di Presidente egiziano con il 51,7% dei voti; con una differenza di circa un milione di preferenze su Ahmed Shafik, che da parte sua ha ricevuto 12 milioni di voti.

Morsi aveva già fatto parte del Parlamento Egiziano, sostenendo un orientamento favorevole ad una apertura ai mercati, abbinato ad un’implementazione del sistema di welfare, con provvedimenti verso le categorie meno abbienti. Negli ambiziosi discorsi elettorali, il suoi principali punti erano stati una diminuzione del tasso di disoccupazione al 7%, cercando al contempo di ridurre l’indebitamento della pubblica amministrazione e l’inflazione. Nel quadrante mediorentale invece, Morsi aveva storicamente manifestato il proprio sostegno alle rivendicazioni palestinesi, nell’intenzione di diminuire la sudditanza di tale popolazione nei confronti del colosso statunitense.

Oggi, ad elezioni chiuse, rendendo omaggio ai “martiri” della rivoluzione Morsi si premura invece, sulla linea di Mubarak, di rassicurare i partner esteri sulla sua intenzione di rispettare tutti i trattati internazionali in essere, nell’intenzione di mantenere la pace. Evidente è il riferimento al celebre accordo di pace del 1979 tra lo Stato Egiziano ed Isrlaele, da sempre criticato dagli islamisti meno moderati. Il tutto, mentre gli Stati Uniti, si apprestano a congratularsi per questa sua vittoria alle elezioni presidenziali, definendo quest’accadimento alla stregua di una pietra miliare nella transizione dell’Egitto verso la democrazia, in maniera che rimanga un pilastro di pace, sicurezza e stabilità nella regione.

Esito elettorele incerto e polemiche preannunciate dunque, di fronte ad un risultato politico che ha dovuto ricevere ieri, per la seconda volta quest’anno, il suggello di una Commissione elettorale che ha impiegato tre giorni per deliberare di fronte a due oppositori che senza esitazione alcuna, si proclamavano entrambi vincitori.

La Commissione elettorale era stata infatti chiamata a pronunciarsi già a fine gennaio sugli esiti delle elezioni parlamentari, svoltesi in tre turni a partire dallo scorso novembre. Anche in quell’occasione, con un’affluenza del 54% si erano affermati, come da ampia previsione, i Fratelli Musulmani con l’assegnazione di 235 seggi su 498 alla Camera Bassa egiziana, dove in base alla legislazione elettorale vigente, due terzi dei seggi sono assegnati con un sistema proporzionale di lista, mentre il restante terzo con un tipico impianto maggioritario strutturato in collegi uninominali. Degno di nota il bilanciamento che si era creato con il meno moderato Partito Salafita Al Nour, che con 120 rappresentanti eletti nella Camera Bassa, aveva portato ad una situazione dove i partiti di ispirazione islamista, seppure disallineati nel loro appoggio al neo-eletto presidente, dominavano l’emiciclo.

Il problema risiede ora nell’effettiva autorità del Parlamento egiziano che sarà compito di Morsi affermare e dei Fratelli Musulmani ribadire. A seguito delle elezioni legislative di inizio anno infatti il Consiglio Supremo delle Forze Armate, aveva mantenuto il potere di nominare il gabinetto esecutivo, con una continua intromissione dei Generali nel processo di scrittura della nuova costituzione; mentre, come se non fosse bastato, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, la Corte Suprema egiziana capeggiata da un emissario dell’era Mubarak ha deciso di sciogliere dopo pochi mesi la Legislatura.

Nell’attuale scenario, seppur alla luce di due tornate elettorali, solo la Presidenza può essere considerata il punto d’appoggio dei Fratelli Musulmani, restando peraltro i suoi poteri esecutivi limitati. Il 18 giugno infatti, è stato ristabilito un Consiglio di Difesa Nazionale, che pone la politica di sicurezza egiziana nelle mani dei Generali. La Fratellanza Musulmana si trova pertanto dinnanzi ad un bivio, appoggiare Mursi e continuare a dare sostegno e legittimazione a una travagliata transizione verso l’uscita dall’era Mubarak, oppure rivolgersi di nuovo al popolo nella speranza di spodestare d’imperio un Consiglio Militare, che nel frattempo si premura di augurare buona fortuna al nuovo Presidente, dato il momento storico che nelle loro parole necessita una grande riconciliazione nazionale.

Oggetto di frizione, è l’effettività dello sbocco di potere del nuovo Presidente. La sua autorità in questo momento, oltre che deficere del supporto di una legislatura, è a livello costituzionale incerta. Da parte loro, i militari vorrebbero tatticamente posporre le nuove elezioni alla scrittura del nuovo testo costituzionale, impedendo di fatto a Morsi di agire con l’autorità sperata e ponendolo davanti ad un bivio con la folla, con tutti i rischi destabilizzanti che comporterebbe. Difficile si prospetta quindi in questo impasse politico-istituzionale – oltre che sociale – un’imminente attuazione della promessa “Rinascita Islamica”.