La pedina egiziana

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ITALIA – Roma. 14/11/13. Dal 30 giugno ad oggi in Egitto sono successe molte cose. A volte difficili da connotare a livello geopolitico. Con la giornata di ieri però alcune pedine sono state mosse sullo sullo scacchiere internazionale.

Da un alto la notizia pubblicata dalle maggiori testate americane tra cui il Wall Street Journal secondo cui si è rotto definitivamente il rapporto USA-Arabia Saudita, dall’altro la “dubbia notizia” del Washington Post secondo cui i servizi di intelligence egiziana continuano dialogare con a CIA. E infine, dall’Egitto tutti i media locali hanno dedicato la home page all’arrivo della delegazione russa composta da: ministro degli Esteri Sergei Lavrov, ministro della Difesa Sergei Shoigu;  primo vice direttore del Servizio federale russo per la cooperazione tecnico-militare e rappresentanti della società russa di armi Rosoboronexport. 

Ma andiamo per ordine. Le relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti si sono incrinate pesantemente due anni fa. Ma né Riad né Washington sono corse ai ripari. A dare il colpo di grazia è stata la scelta dei sauditi di non sedersi al tavolo delle Nazioni Unite la scorsa settimana. Scelta con cui, ha dichiarato il principe Bandar bin Sultan al Wall Street Journal «l’intelligence saudita ha voluto dare un messaggio agli Stati Uniti e non alle Nazioni Unite». Martedì scorso, il principe Turki al-Faisal, ex capo dell’intelligence saudita, in un’intervista rilasciata ad Al- Monitor aveva espresso «una elevata delusione nei confronti del governo degli Stati Uniti» per la sua posizione su quanto stava accadendo in Siria e sulla questione palestinese. In realtà la bocciatura saudita nei confronti della politica statunitense è per tutta l’area del Medio Oriente, Egitto compreso. Riad non ha mai digerito l’appoggio USA ai Fratelli musulmani di Mohamed Morsi contro Hosni Mubarak in Egitto, sostenendo, che proprio gli USA avessero “sovvenzionato” la rivoluzione. Morsi era inviso ai sauditi perché non ha mai contatto i “fratelli” arabi nelle trattative con l’Iran o la Siria, ma ha sempre agito nelle questioni “arabe” per conto proprio. 

Il Re saudita Abdullah ha espresso privatamente la sua frustrazione per la politica degli Stati Uniti in un pranzo a Riad lunedì scorso con il re di Giordania Abd Allāh II ibn al-Husayn e il Principe Mohammed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti. A darne notizia un funzionario arabo presente al pranzo. Secondo cui il monarca saudita «è convinto gli Stati Uniti siano inaffidabili». 

La Casa Bianca ha più volte ribadito che i sauditi sono “petulanti” e intransigenti. Tra le incomprensioni, come capita spesso tra alti funzionari del governo USA e principi arabi, il dato culturale. Per esempio è successo un finimondo quando il segretario di Stato USA, John Kerry, mentre era in Medio Orientale due settimane fa, ha chiesto al re saudita un incontro da tenersi a Bandar in Iran. Immediato il no saudita con la motivazione che l’incontro era al d fuori di confini del regno con la controproposta di incontrare Kerry in aeroporto. Gesto questo ultimo che ha offeso gli americani. 

I sauditi non hanno, nonostante le sceneggiate alle Nazioni Unite, chiuso le porte a Obama, hanno solo messo gli USA in stand by. Quello che il sultano vorrebbe da parte degli States sono delle rassicurazioni politiche che non arrivano. 

Tra le cose indigeste all’Arabia Saudita: il sostegno USA a Mohamed Morsi quando era presidente; la pesante politica della monarchia in Bahrein contro i manifestanti sciiti; il taglio degli aiuti all’esercito egiziano dopo il rovesciamento della Fratellanza musulmana al potere; gli aiuti segreti promessi ai ribelli siriani mai consegnati; le minacce alla Siria, e l’apertura diplomatica con lo sciita Iran, “rivale mortale” dell’Arabia Saudita sunnita. 

Nella terra della libertà, qualche funzionario statunitense ripreso dai mass media nell’anonimato, avrebbe dichiarato: «È ora che qualcuno salga su un aereo e vada a trovare il re». Aggiungendo che quell’uomo potrebbe essere John Brennan, direttore della CIA , già capo dell’intelligence a stelle e strisce a Riad alla fine degli anni Novanta con buoni rapporti con il monarca saudita. 

Oppure ci si riferisce a George Tenet, ex direttore della CIA , che ha visitato spesso il regno, sviluppando un rapporto di fiducia con Abdullah. Oppure Tom Donilon, consigliere per la sicurezza nazionale fino allo scorso giugno, che aveva sviluppato ottimi rapporti con il re. Incontri che non avevano sanato le ferite ma avevano permesso di tamponare l’emorragia. Questo ruolo è adesso affidato a Susan Rice che però si starebbe dimostrando incapace di gestire simili rapporti di fiducia con il regno saudita. 

Proprio in Egitto, l’Arabia Saudita sta giocando un ruolo chiave: sta finanziando, secondo fonti AGC, il mercato interno riempendo di Rial la piazza economica egiziana. Riad sta finanziando, in altre parole, la ripresa, proprio mentre gli Stati Uniti stanno gettando la spugna. 

Tra le scelte infelici di Washington, c’è quella di tagliare i finanziamenti soprattutto in aiuti militari e armi al nuovo regime del Cairo. E nonostante il Washington Post abbia scritto ieri che i servizi segreti dei due Paesi siano ancora in ottimi rapporti, citando in particolare quelli tra il Gen. Mohammed Farid el-Tohamy, direttore del servizio segreto egiziano e la Cia,  Il quotidiano statunitense riporta un dichiarazione significativa di el-Tohamy: «Non c’è stato nessun cambiamento nel rapporto della mia organizzazione con le agenzie di spionaggio degli Stati Uniti, nonostante il ritardo di alcune consegne di armi dagli Stati Uniti per l’esercito egiziano e i nuovi contatti militari egiziani con la Russia». «La cooperazione tra i servizi è in un canale completamente diverso rispetto al canale politico», ha detto Tohamy, «Sono in costante contatto con John Brennan, il direttore della CIA più che con qualsiasi altro servizio segreto al mondo». Al-Tohamy ha sempre dichiarato di aver seguito fin dai primi passi l’operato del generale Abdel Fatah al-Sissi, già ministro della Difesa del governo Qandil, che ha rovesciato Morsi a giugno. Al-Tohamy si dice sia stato uno dei mentori di Sissi quando i due si occupavano di intelligence militare; una delle prime mosse di Sissi, dopo il colpo di stato fu quella di richiamare al-Tohamy dalla “pensione” mettendolo a capo di intelligence, in sostituzione del candidato di Morsi. La cooperazione tra le intelligence egiziana e statunitense starebbe continuando, per esempio, nel Sinai visti i problemi con le formazioni legate ad al-Quaeda. 

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale si è detto disponibile «a fornire assistenza all’Egitto se chiesto dal Cairo», come detto dal gestore del fondo per il Medio Oriente e Nord Africa, Masood Ahmed, perché tutti guardano a questo grande Paese come il barometro del Nord Africa. Se si normalizza l’Egitto, c’è speranza di riportare la calma in Tunisia, Algeria e quindi di poter riparlare di normalizzazione della Libia. 

Mentre gli USA dunque chiudono con l’Arabia Saudita e puntano i piedi in Egitto, al Cairo, arriva con un jet privato la delegazione russa. La delegazione è stata accolta dall’ambasciatore russo al Cairo Sergei Kerbachenko. È stata ricevuta dal team del premier Abdel Fattah Al-Sissi e dal ministro degli Esteri Nabil Fahmy che a Russia Today aveva dichiarato: «l’incontro sarà una riunione quadripartita tra i ministri degli Estere e di Difesa di Egitto e Russia dove si discuterà di questioni bilaterali per lo sviluppo delle relazioni tra i due paesi economicamente, politicamente e militarmente». E ancora ha dichiarato Fahmi nell’intervista: «L’incontro affronterà una serie di questioni importanti della regione, tra cui il processo di pace e la crisi siriana, e di come limitare la diffusione delle armi di distruzione di massa in Medio Oriente». Dalla Russia, gli egiziani si aspettano anche un aiuto nell’ambito della formazione militare compresa quella relativa alla manutenzione dei mezzi militari. Secondo il portavoce del ministero degli esteri egiziano, Badr Abdel Atti: «Vi è una convergenza di posizioni egiziano-russa sulla crisi siriana e sulla questione palestinese, sulle armi di distruzione di massa in Medio Oriente, aggiungendo che Il Cairo e Mosca sono d’accordo sull’inutilità della soluzione militare alla crisi in Siria e la necessità di trovare una soluzione politica». Naturalmente durante la due giorni non mancheranno le occasioni per parlare della fornitura di armi che secondo alcuni siti web egiziani e russi dovrebbe ammontare a circa 4 miliardi di dollari. Sembra proprio che Il Cairo e Mosca riprendano quel dialogo iniziate settant’anni or sono. 

E se quanto dichiarato dal portavoce del ministero degli esteri egiziano non fosse abbastanza chiaro sui rapporti in essere tra Russia e Egitto, sempre dal Cairo, arriva una intervista rilasciata alla testata sohof.myaboutall.com dal capo delegazione russo, Leonid Aasiv in cui si legge: «L’Egitto dopo la rivoluzione del 30 giugno torna all’indipendenza rifiutando di sottomettersi agli Stati Uniti, i legami militari tra Egitto e Russia tornano con forza, soprattutto nel campo della tecnologia militare» e poco importa come ha fatto sapere Aasiv se Israele è preoccupato di questo rapporto russo-egiziano.  Alla domanda qual è lo scopo della visita in Egitto proprio in questo momento, il capodelegazione ha risposto: «La visita avviene per festeggiare i 70 anni sulle relazioni egiziano – russe. E ancora mira ad approfondire ulteriormente la cooperazione reciproca; siamo venuti a vedere i cambiamenti effettuati in Egitto dopo la rivoluzione del 30 giugno, noi cerchiamo di far rivivere i legami di amicizia, rispetto e cooperazione tra i due paesi dopo che erano significativamente diminuiti con le  presidenze di Hosni Mubarak e Anwar Sadat, nonché il consolidamento della comunicazione culturale e di civiltà tra i due popoli. Per cui siamo desiderosi di incontrare i funzionari egiziani, così come lo sceicco di Al-Azhar e il papa Teodoro II per approfondire il dialogo».

Tutta l’intervista merita una attenzione particolare perché vengono sottolineati i vecchi e nuovi rapporti che la Russia ha intenzione di consolidare con l’Egitto: armi, appoggio militare, accordi economici e diplomatici, contatti con la Cina; un rapporto economico-militare-diplomatico con un volume d’affari di 3 miliardi di dollari, cioè il volume di scambio tra i Paesi, con una promessa da parte della Russia: «Una volta stabilizzate le cose e se l’Egitto accetterà forti investitori russi si allargherà la cooperazione economica tra i due paesi con un forte focus sul settore energetico». La Russia, poi, punta attraverso la collaborazione dell’Egitto, di ritornare in quei paesi in cui era presente prima della disintegrazione dell’Urss: Algeria, Yemen, Libia e Iraq. Inoltre intende fortificare il legame con la Siria. Mosca, inoltre, ha anche promesso di aumentare i flussi turistici in Egitto del 40 % in 9 mesi.

Secondo indiscrezioni, il prezzo da pagare sarà la costituzione di una base militare in Egitto simile alla base di Tartus in Siria. Vista la volontà di ricostituire la flotta del Mediterraneo come ai tempi dell’Unione Sovietica. Non sono mancate poi critiche da parte di Aasiv alla cattiva gestione del Qatar della questione egiziana: il famoso appoggio esterno, tramontato con la caduta di Morsi. Aasiv è duro anche con la Turchia rea di aver definito la rivoluzione egiziana come colpo di stato. La road map, secondo la Russia, per l’Egitto è: il referendum sulla costituzione e l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali, corroborata dall’incremento della sicurezza interna e dalla scomparsa della violenza in strada.

Lo scacchiere geopolitico mediorientale vede dunque un flusso di potere che sta passando dagli USA alla Russia. Un flusso che va letto anche in funzione di un dato economico molto importante: secondo Zawya, società di Dubai di analisi nel Mena, nel 2016 gli Usa dovrebbero divenire il prono produttore di petrolio superando Arabia Saudita e la Russia. Un dato che va correlato con l’interesse mostrato verso i nuovi paesi energivori dell’Asia. Durerà poco, però. Dopo il 2020 il Medio Oriente tornerà a essere il primo produttore di petrolio a scapito di USA e Russia. L’ago della bilancia, economica, dunque passerà sulle sponde del Pacifico, un area che fa gola agli States ma dove da tempo la Russia ha messo occhi, soldi e accordi commerciali.