EGITTO. Nasce Sissibook 

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Le autorità egiziane hanno annunciato che stanno sviluppando una piattaforma online per sostituire Facebook, nel tentativo di combattere il terrorismo. 

Il ministro delle Comunicazioni e Information Technology egiziano Yasser el-Kady ha rivelato la scorsa settimana questo progetto, scatenando un’ondata di ridicolo sui social network. «L’Egitto avrà presto una propria piattaforma di social media in competizione con Facebook», ha dichiarato el-Kadi al Cairo. «Dopo la rivoluzione del 25 gennaio, gruppi estremisti stanno attirando giovani con disturbi di personalità utilizzando mezzi tecnologici. Quindi dobbiamo controllare queste piattaforme», ha poi aggiunto. Il ministro non ha fornito dettagli sulla piattaforma; ma la rivolta in rete si è diffusa mentre la nuova decisione è stata elogiata da numerosi parlamentari che ritengono essenziale che l’Egitto disponga di proprie piattaforme di social media, riporta Egyptian Street.

Gli utenti di Twitter hanno usato un hashtag in arabo per offrire suggerimenti per il nome della nuova piattaforma con suggerimenti come “Spybook” e “ti arresteremo”. Altri utenti hanno espresso la preoccupazione per il fatto che il governo del generale Abdelfettah el-Sisi utilizzerà questi social media per raccogliere informazioni per aiutare le forze di sicurezza nella loro già vasta repressione dei dissidenti, riportano i media egiziani.

L’Egitto già controlla gli attivisti online, ha censurato centinaia di pagine da quando il generale Sisi è salito al potere nel 2013, rovesciando il presidente Mohammed Mursi. Sono circolati post simili a questo:«I poliziotti controllano il tuo telefono, monitorano il tuo Facebook e se hai materiali relativi all’opposizione, possono facilmente arrestarti (…) Si servono anche di hacker per farti cadere nelle mani di coloro che lavorano con i prigionieri politici e le associazioni per i diritti umani. Tutti sanno che il nostro governo ha persino comprato programmi dall’Europa per spiarci».

Dal maggio dello scorso anno, le autorità hanno bloccato almeno 496 siti web appartenenti alle principali organizzazioni dei media, così come le associazioni di cittadini. Human Rights Watch, il cui sito web è stato bloccato anche in Egitto, ha condannato la censura come un tentativo di «rompere un disaccordo pacifico». I social media hanno svolto un ruolo chiave durante la rivolta del 2011, quando fu cacciato Hosni Mubarak.

Luigi Medici