L’implosione del nuovo Egitto

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EGITTO – Il Cairo 29/4/13. Per ragioni principalmente storiche, il concetto di collasso dello Stato non è nuovo per il Vicino Oriente. In molti dei Paesi che rientrano in questo concetto, lo Stato moderno è relativamente nuovo ed estraneo. Si tratta di un concetto portato nella regione durante l’epoca del colonialismo e del postcolonialismo. Assistere al collasso dello Stato e a fenomeni secessionisti non è una novità: il Libano durante la guerra civile (1975-1990) e la Somalia dal 1990 ne sono chiari casi. La Siria di oggi ne è un altro.

L’Egitto era considerato una eccezione; è stata una delle entità politiche di più lunga storia nell’area. Per una seria di motivi storici antichi e moderni, la possibilità di un collasso dello Stato di diritto in Egitto potrebbe essere considerata come pura esagerazione.
Purtroppo, a smentire tutti ci ha pensato la Difesa egiziana: il ministro della Difesa del Cairo, a gennaio 2013, ha apertamente detto che i «disordini in corso potrebbero portare al collasso dello Stato».
“L’Egitto è troppo grande per fallire” è diventato il mantra ripetuta da molti politici che rifiutavano l’ipotesi del collasso dello Stato. È anche vero il contrario: cosa succede se l’Egitto è troppo grande da salvare? Che cosa succede se le debolezze intrinseche dello Stato e della società egiziana toccano un punto in cui i sistemi politici, sociali ed economici del paese non funzionano più?
La debolezza dell’Amministrazione egiziana, da molti, è considerata come una normale fase di transizione verso la democrazia dopo un regime autoritario di svariati decenni, tuttavia, a ben guardare, questo potrebbe non essere il caso. I primi sintomi dell’insufficienza dello Stato possono essere facilmente fatti risalire al 2000, e via via ancora più indietro. La rivolta nel gennaio 2011 ha portato solo alla ribalta e ha accelerato un processo in corso.
Invece di affrontare problemi gravi e profondi, il sistema politico pre rivoluzionario era stato progettato per evitare che le crisi economiche e sociali si trasformassero in catastrofi mortali. Per mantenere lo status quo in un paese popoloso, il reggino autoritario egiziano aveva due pilastri: un pervasivo apparato di sicurezza e un sistema economico socialista. entravi caratterizzati da una burocrazia gigantesca e onnicomprensiva. Il ruolo che l’apparato di sicurezza utilizzato da svolgere nella vita sociale e politica egiziana può difficilmente essere sopravvalutata. I servizi di sicurezza hanno di fatto assunto ruoli e compiti che altrimenti avrebbero dovuto essere assunti da partiti politici o da forze sociali. La stabilità dell’ordine sociale è cresciuta dipendendo dal giudizio delle agenzie di sicurezza, mentre la società civile e la classe politica si andava atrofizzando. In questo modo, i politici, a tutti i livelli, non sono stati abituati ad affrontare questioni politiche vere. La rivolta del gennaio 2011 ha portato al disfacimento del sistema di sicurezza, prive ormai di legittimità politica. La loro capacità di imporre la legge e l’ordine è diminuita negli ultimi due anni. L’apparato di sicurezza non può più funzionare come nell’epoca precedente, per questo il governo della Fratellanza ha fallito ripetutamente nel fornire sostegno politico  al funzionamento delle agenzie di sicurezza.
Gli incidenti di Port Said nel gennaio 2013 illustrano chiaramente la complessità della situazione. Inoltre, l’allarmante tendenza tra gli egiziani di farsi giustizia da sé è aumentata: nel mese di gennaio, nella provincia di Sharkia si sono registrati dodici casi di giustizia sommaria.
Il crollo di legge e ordine non può essere semplicemente attribuito allo scarso rendimento delle agenzie di sicurezza; riflette la rapida erosione della equazione di sicurezza che ha governato l’Egitto per decenni. Le conseguenze di questo crollo si faranno sentire in ogni aspetto della vita quotidiana egiziana.
Se questo fatto è un pericolo reale e presente, un crollo economico potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. Con la diminuzione delle riserve estere, appena sufficienti a coprire tre mesi di importazioni, e un deficit di bilancio insostenibile a causa di un sistema economicamente inefficiente, la Fratellanza al governo deve affrontare una sfida titanica per smantellare una struttura economica in vigore da decenni. A giudicare dal modo in cui ha affrontato i negoziati con il Fondo monetario internazionale, non sembra che l’attuale classe dirigente sia pronta a prendere le necessarie misure anche se impopolari, per ripristinare l’economia. A dicembre 2012, il presidente Morsi ha dovuto fare marcia indietro poche ore dopo aver annunciato nuovi aumenti delle tasse su alcuni beni di consumo. Circa 4.500 fabbriche hanno chiuso dal gennaio 2011: gli investimenti si stanno spostando all’estero per paura di espropri; l’instabilità politica rende il ripristino della normale attività economica quasi impossibile. Inoltre, la vulnerabilità della struttura economica lascia il paese soggetto a gravi crisi. Volendo chiudere con una citazione politologia, Niccolò Machiavelli, scrisse: «Non c’è niente di più difficile da prendere in mano, più pericoloso da condurre, o più incerto nel suo successo, che prendere l’iniziativa per l’introduzione di un nuovo ordine di cose». L’Egitto ha intrapreso questa via; grazie alla sua estensione e debolezza intrinseca, lo stato egiziano potrebbe essere la prima vittima di questo processo pericoloso e del tutto imprevedibile.