Educazione e mondo del lavoro: difficile equilibrio

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ITALIA – Roma 08/01/2016. L’alba del 2016 è, come di consueto, il momento per fare un’analisi dei dati statistici europei in materia di educazione e rapporto con il mondo del lavoro.

Poco sorprende quindi scoprire che in Italia poco più della metà dei laureati trova lavoro entro tre anni, mentre per i diplomati si tratta addirittura di un terzo. Dati che divergono significativamente dalla media europea.
Nel nostro Paese sta aumentando, di fatto, la divergenza tra il mondo della formazione ed il mercato del lavoro.
Le cause vanno identificate in un susseguirsi di riforme della scuola e dell’Università talvolta frenetico: i diversi istituti o gli Atenei non hanno avuto nemmeno il tempo di adeguarsi ad una riforma che poco dopo ne è sopraggiunta un’altra, creando non pochi problemi di integrazione didattica fra i corsi, nel tentativo di dare continuità a chi aveva iniziato un piano di studi di fatto “in chiusura” con la riforma immediatamente successiva.
Questa “altalena” ha riguardato quasi vent’anni, e non ha escluso nessuno dei gruppi politici che di volta in volta hanno costituito la maggioranza. La perdita dei c.d. “programmi ministeriali” avvenuta alla fine degli anni novanta attraverso la legge costituzionale n.3 che ha rivisto le competenze educative ripartite a livello regionale, e poi provinciale, ha determinato una intricata distribuzione (e parcellizzazione) delle responsabilità sulla definizione dei piani formativi. Oggi è dunque quasi impossibile riuscire a comprendere con chiarezza quale sia il programma di fisica o di scienze di un liceo scientifico, ammesso che sia chiaro cosa sia appunto un “liceo scientifico” (nelle sue diverse declinazioni: classico, tecnologico, sportivo, delle scienze applicate, ecc…).

Così, mentre si pensa alla scuola 3.0, alla buona scuola, alle 3i, solo per citare alcuni degli slogan di volta in volta utilizzati, non ci si è resi conto della effettiva inefficacia dei piani formativi proposti.
Chiaramente, un abbattimento della qualità a livello scolastico determina per induzione negativa una revisione dei programmi anche a livello universitario.
Si pensi ad esempio che l’attuale programma di Informatica presso diverse facoltà di Fisica è assolutamente equiparabile a quello svolto negli istituti tecnici industriali degli anni 90… come è possibile?

Si è generato una sorta di “analfabetismo di ritorno”, di persone che pur frequentando l’istituzione scolastica, o addirittura universitaria, vi sono sostanzialmente “parcheggiate”, con scarso rendimento individuale che dilagando, diventa collettivo. E’ così che ha luogo il fenomeno dei ragazzi “sdraiati” sul divano, eternamente connessi a flussi di informazioni, spesso inutili, che costituiscono un forte rumore di sottofondo rispetto alla possibilità di concentrarsi nella “lettura silenziosa” di un libro.

Alla Camera dei deputati, all’inizio di ogni legislatura, vengono istituite 14 Commissioni parlamentari, ciascuna con uno specifico ambito di intervento ben definito (ad es. Affari Costituzionali, Affari Esteri, Difesa, Bilancio, Finanze, ecc…), fra le quali è presente la Commissione Cultura, Scienze e Istruzione, i cui temi di riferimento sono appunto la cultura, la scienza e l’istruzione, comprese le seguenti discipline:
dell’ordinamento dei docenti universitari; del diritto d’autore; della ricerca scientifica; dello spettacolo; dello sport; dell’editoria; dell’informazione (compresa quella radiotelevisiva); degli interventi per la salvaguardia dei beni culturali.

Ferma restando la complessità delle succitate materie, è importante comprendere come la cultura costituisca una delle principali risorse della nostra Nazione, considerando ad esempio il fatto che l’Italia detiene il maggior numero di siti considerati Patrimonio dell’Umanità.

Ora, dunque, come risolvere la problematica attinente al divario tra il mondo della formazione ed il mercato del lavoro?

Prima di tutto scegliendo – da parte della Commissione preposta – un indirizzo, i cui princìpi vengano riconosciuti come validi e stabili per almeno vent’anni, indipendentemente dalle diverse maggioranze che si insedieranno in Parlamento.

Se l’indirizzo riguarderà l’osmosi fra l’istruzione di grado secondario ed accademico con il mondo professionale, tale approccio dovrà essere riconosciuto come valore di riferimento anche per le legislature successive.

Nell’Italia a cavallo fra gli anni ’60 ed ’80, infatti, il principio “guida” per la maggioranza delle scuole ha riguardato la preparazione al mondo del lavoro. Gli istituti tecnici erano riconosciuti come eccellenze, ed hanno formato milioni di lavoratori già in grado di partecipare attivamente ad attività produttive, subito dopo il diploma. Si pensi ad esempio agli informatici immediatamente inseriti nel settore, o agli specialisti che per anni anno costituito il cuore dell’elettronica, un tempo industria di riferimento, non solo per l’Italia (il caso Olivetti è ancora di esempio, su scala mondiale, anche per l’organizzazione del lavoro).

Eppure, esistono ancora esempi di istituti tecnici che hanno fama mondiale, come ad esempio quello per liutai, al quale arrivano richieste per diventare studenti da tutto il mondo, oppure quelli per l’orologeria e la gioielleria.

Un modello del genere è nuovamente replicabile, ed avrebbe il beneficio di ridurre uno dei dati più preoccupanti –fra i vari indicatori nazionali- ovvero il tasso di disoccupazione giovanile. L’effetto circolare che si avrebbe riguarderebbe l’intero sistema Paese, innalzando nuovamente il livello qualitativo anche a livello accademico, la cui stretta connessione con il mercato del lavoro potrebbe determinare un ritorno di molte eccellenze oggi “in fuga” verso l’estero.