Dinamiche caucasiche contemporanee

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ITALIA – Roma. La regione del Caucaso meridionale sta attraendo l’interesse mondiale per le sue risorse minerarie ed energetiche e grazie alla sua posizione strategica, ponte tra l’Europa e l’Asia. In questi ultimi mesi, il Caucaso del sud sta vivendo un periodo politico di cambiamento nel quale le elezioni presidenziali, già svolte in Armenia e future in Georgia ed Azerbaijan, possono essere un punto di svolta per la politica interna e regionale e per gli sviluppi che potranno indubbiamente avere a livello internazionale. Sull’argomento abbiamo intervistato Andrea Carteny, docente di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università la Sapienza di Roma. La Sapienza sta avviando il Centro di Studi Azerbaijani grazie all’opera del professor Antonello Biagini, Prorettore del polo universitario, per poter affrontare dal punto di vista culturale i diversi aspetti che una realtà come quella azera può avere per il pubblico italiano. 

Professor Carteny, quanto l’Italia conosce di quest’area ed in che modo il mondo accademico si rapporta con i paesi del Caucaso meridionale? 

Parlando dei rapporti Italia-Caucaso esiste una lunga tradizione che collega il “Belpaese” con il mondo caucasico ed azero. Ad esempio, in tempi moderni, i due Paesi sono venuti in contatto durante il XX secolo grazie alla missione militare che il Regio Esercito ha compiuto nel 1919-1920 in Transcaucasia. La missione era incentrata sulla valenza militare e strategica dell’area da essa però sono emerse particolari ed informazioni preziose sugli aspetti letterari, culturali, sociali e religiosi. Dati importanti che hanno evidenziato la complessità della regione, l’antico retaggio storico e culturale e hanno messo in luce la modernità dell’allora neo-repubblica dell’Azerbaijan, nata dalla caduta dell’Impero Russo, che si andava configurando come uno Stato laico con una struttura del diritto molto avanzata. Occorre ricordare, ad ulteriore esempio, che nel 1920 esisteva già il diritto al voto per le donne. La repubblica purtroppo ebbe vita breve causa l’avanzata delle forze dell’Unione Sovietica. 

L’Italia, che insieme all’Inghilterra poteva contare su uno status privilegiato, non riuscì a sfruttare all’epoca questo suo vantaggio per motivi di politica interna, commettendo un “errore” che la porto a tralasciare una serie di relazioni internazionali con un’area importante come quella caucasica. Basti pensare che in Azerbaijan fin dalla fine dell’Urss, lo Stato italiano ha giocato e continua a giocare un ruolo di primissimo piano grazie agli interessi che ha nel settore energetico e agli accordi commerciali stretti dalle compagnie petrolifere, tra cui spicca l’Eni.

Venendo a parlare di Armenia invece, professore, il 18 febbraio 2013 si sono svolte le elezioni presidenziali che hanno visto la rielezione di Serzh Sargsyan al suo secondo mandato. In risposta a questo esito elettorale, giudicato una vittoria preannunciata da molti osservatori, si sono susseguite una serie di manifestazioni di protesta di fronte alla Commissione Centrale Elettorale dell’Armenia ed uno dei leader dell’opposizione, Raffi Hovannisyan, si è autoproclamato reale vincitore delle elezioni ed ha chiesto al presidente di rinunciare alla sua carica. In questa ottica, secondo lei quali saranno i possibili scenari futuri armeni? Serzh Sargsyan è realmente “minacciato” oppure questi movimenti devono essere visti come un fenomeno passeggero? 

In realtà l’intera area caucasica è una zona in cui la stabilità ha bisogno di strutture tradizionali, “tribali” se si vuole utilizzare un termine forse eccessivo. Si tratta di un fattore tanto importante in Armenia quanto più rinomato in Azerbaijan con la famiglia Aliyev. In effetti nello Stato armeno, come nel Caucaso in generale, ci sono degli ambiti politici che si raggruppano attorno a quelle che sono le famiglie dominanti: una di queste formazioni politiche è quella che fa capo al neo eletto presidente Serzh Sargsyan, che proviene dagli ambienti militari e ha le carte in regola per giocare un ruolo chiave nella questione del Nagorno-Karabakh. Si tratta,quest’ultimo, di un fattore che potrebbe accrescerne la popolarità ed il sostegno e a cui va aggiunto il prestigio ottenuto grazie alla riapertura, fatta dallo stesso presidente, verso la Turchia con l’intento di spezzare l’isolamento  e creando  inevitabilmente dei contrasti interni in Amenia. 

Quali potrebbero essere, allora, gli sviluppi futuri nelle relazioni armeno-turche in ottica del Nagorno-Karabakh? E quanto la volontà di Ankara di avvicinarsi a Yerevan dipende da motivi startegico-economici mossi dalla volontà di affermarsi nella regione caucasica e quindi di minare l’influenza russa?

Un’attenzione particolare deve essere data, comunque, alla Federazione Russa, stato che da sempre mantiene la propria influenza nell’area caucasica.  Mosca potrebbe aver visto positivamente la rielezione di Sargsyan a presidente e quindi favorirne la permanenza alla carica, a differenza del capo dell’opposizione, Raffi Hovannisyan, leader di una formazione di ispirazione liberale, probabile sostituto di Ter Petrosyan. Hovannisyan ha fatto della risoluzione della questione del Nagorno-Karabakh e dei sette distretti limitrofi il centro della propria politica. 

Venendo poi ad Ankara e al suo avvicinamento a Yerevan, occorre considerare che la Turchia guidata dal Primo ministro Recep Tayyip Erdogan si è proposta come un attore geopolitico in grado di giocare un ruolo importante nella regione per i Paesi confinanti. Il fatto di essere uno Stato laico permette alla Turchia di affrontare il caso del Nagorno-Karabakh in forma distaccata, riuscendo a non esserne influenzata dall’aspetto religioso e capace di caratterizzarsi come Stato capace di mediare tra Armenia ed Azerbaijan, Paese con il quale mantiene rapporti stretti, grazie anche alla  comune radice culturale, e quindi in grado di “sopraffare” il gruppo di Minsk, incapace di risolvere i problemi esistenti tra le due parti e di favorire il processo di pace.

Parliamo di Georgia, professore. Esiste di fatto una dualità tra il Presidente Mikheil Saakashvili, leader del Movimento Nazionale Unito, ed il Primo Ministro Bidzina Ivanishvili, leader di Georgian Dream. Lo stato georgiano, inoltre, sta affrontando un grave periodo di crisi economica caratterizzato da scioperi, agli inizi di marzo gli operai minerari hanno ripreso a protestare, mentre nei mesi precedenti erano stati gli operatori portuali a incrociare le braccia. Quanto questa continua “lotta” tra Saakashvili e Ivanishvili inciderà sulla stabilità dello Stato? Non si rischia che la Georgia divenga un paese “poco attraente” per gli investimenti esteri? Inoltre, in che modo tale dualismo influenzerà le elezioni presidenziali di ottobre?

Lo stato georgiano sta affrontando un periodo di crisi economica caratterizzato da scioperi e sì esiste il rischio di far divenire il Paese poco interessante per gli investimenti stranieri. Questa coabitazione di due figure politiche predominanti all’interno della repubblica semi-presidenziale georgiana, quella del presidente Saakashvili, che ha caratterizzato la propria politica opponendosi alla Russia, e quella di Ivanishvili, fautore del “sogno georgiano”, il suo partito si chiama appunto Georgian Dream, che ha saputo unire diverse figure politiche da quelle filo-russe a quelle più nazionalistiche. Questa diarchia si è confermata con il tempo e questa instabilità evidentemente non favorisce gli investitori, i quali non intravedono nello Stato georgiano una nazione stabile e sicura. Un punto di svolta potrebbe quindi essere rappresentato dalle elezioni presidenziali del prossimo ottobre che potrebbero sancire la fine del potere di Saakashvili, uomo politico che ha giocato un ruolo importante nella Rivoluzione delle Rose del 2003 e che con il tempo ha perso il suo appeal nei confronti di alcuni dei suoi sostenitori, poiché si rivelato un negoziatore e un partner poco affidabile a livello nazionale ed internazionale.

Torniamo in Azerbaijan, quello azero è uno Stato che da più di venti anni è guidato dalla famiglia Aliyev, prima dal padre Heydar ed adesso dal figlio Ilham. La solidità politica e la stabilità azera ultimamente sono messe a dura prova da una serie di manifestazioni di protesta non solo nella capitale, ma anche nelle altre regioni del Paese. In ottobre ci saranno le elezioni presidenziali nel Paese, secondo lei, professore, Ilham Aliyev riuscirà a mantenere la propria leadership oppure potremmo assistere ad un cambiamento politico inaspettato? 

Come Lei ha detto, l’Azerbaijan è uno Stato che da più di venti anni è guidato dalla famiglia Aliyev. La solidità politica e la stabilità azera ultimamente sono state messe a dura prova dalle proteste e che da alcuni studiosi ed esperti sono state definite come una sorta di “Primavera Azera” sulla scia della “Primavera Araba”. Si tratta di normali reazioni fisiologiche in un Paese molto grande, con la maggiore popolazione della regione caucasica, con  un notevole sviluppo industriale, Stato laico, culturalmente sciita, in cui le donne svolgono un ruolo importante e devono essere viste come un’indice del progresso democratico. La famiglia Aliyev, seppur riconfermata al potere, rappresenta quella continuità che ha permesso allo Stato azero di porre fine alle dispute interne e al conflitto del Nagorno-Karabakh, pur perdendo il 20% del proprio territorio, e quindi di caratterizzarsi come uno Stato stabile e sicuro, capace di attrarre i maggiori investimenti esteri, specialmente nel settore energetico del petrolio e del gas naturale.

Da più parti, si è evidenziato il ruolo che l’Azerbaijan sta interpretando per l’Europa attraverso l’esportazione di gas naturale, siamo alla seconda fase di sviluppo di Shah Deniz. Baku potrebbe rappresentare una minaccia per le rotte di esportazione energetica della Federazione Russa e diminuire il ruolo di Mosca nel mercato energetico?  

La politica azera è stata sempre quella di non mettersi contro la Russia, pur mantenendo una sana competizione commerciale, garantendosi quindi la possibilità di creare una serie di opportunità di investimento congiunte con la vecchia “madre patria”. L’Azerbaijan ha sempre mantenuto il suo collegamento e una forte interconnessione con il sistema del Mar Caspio e l’apertura sul Mar Nero, la “porta d’Europa, con l’intento di esportare i propri prodotti. In passato, ha giocato un ruolo il presidente georgiano Saakashvili, nel momento in cui grazie al previsto oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan, Baku poteva rappresentare un’alternativa al mercato russo. Baku non ha mai esercitato questo suo diritto mantenendo i rapporti commerciali con Mosca.