Daesh e l’integrazione regionale mediorientale

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BELGIO – Bruxelles 19/91/2915. Una interessante analisi storico politica è stata pubblicata da Le Courrier du Maghreb et de L’Orient, diretto dal prof. Pierre Piccinin, già prigioniero delle forze ribelli siriane assieme al giornalista Domenico Quirico.

Si tratta di una riflessione sulle conseguenze della presenza dello Stato Islamico nell’area mediorientale e sulle reazioni scatenate in una prospettiva storica. Lo Stato Islamico «può essere chiamato un gruppo ribelle attivo in Iraq e Siria, ma ha il suo territorio, le aree occupate di Iraq e Siria. Ha previsto la richiesta di un nuovo visto per entravi e anche invitato le autorità a riconoscere il suo territorio come stato autonomo, sotto la leadership di Abu Bakr al-Baghdadi». Quali i suoi obiettivi? «Tornare ai confini precedenti la Prima guerra mondiale, questa è l’aspirazione del gruppo. Daesh ha rifiutato di essere come al-Qaeda. La questione fondamentale è se il gruppo sia sponsorizzato da uno Stato, e da quale stato? Qual è la sua capacità?» A queste domande il periodico di Piccinin cerca di rispondere: «Farshid Parsley ha scritto in un articolo che Daesh è diverso dagli altri gruppi terroristici nel senso che nasce dalla cecità politica in Iraq e in Siria e dalle lacune nel funzionamento di questi due paesi». Inoltre «la risposta dei diversi paesi della regione, dell’Occidente e anche dei paesi più lontani dalla scena dei conflitti regionali, segna il punto di svolta: tutti si oppongono a Daesh, anche se ci sono delle sfumature». «Daesh critica apertamente l’America affermando che essa considera solo i propri interessi» prosegue l’analisi «La pura potenza bellica viene utilizzata in Siria e in Iraq, la sovranità dei paesi non viene rispettata e sembra che i diritti umani e lo Stato di diritto siano stati messi da parte. Ma comunque, al di là della crudeltà, della resistenza e delle motivazioni per l’intervento, il problema è una priorità politica per la regione; questa situazione è stata usata come scusa per costituire una coalizione internazionale contro Daesh, che comprende 40 paesi nella lotta. Questo gruppo terroristico ha infatti provocato la formazione di una alleanza globale e ha fornito l’opportunità per la cooperazione: la risoluzione 2170 del Consiglio di Sicurezza, riporta Human Rights Watch, e la creazione di un’organizzazione contro il terrorismo nella regione». Solo fini umanitari? «Questi paesi non solo perseguono i propri obiettivi, ma alla fine la cooperazione regionale può essere il modo per abbandonare i conflitti ideologici della regione, per lavorare su una soluzione non solo per il problema attuale, ma forse per la stabilità della zona in generale». Non mancano però gli ostacoli: «La stretta collaborazione prevede discussioni circa gli ostacoli nella lotta contro Daesh, in particolare il sostegno materiale per Daesh: Arabia Saudita, Qatar e Turchia sembra, con crescente certezza, che abbiano sostenuto finanziariamente Daesh; Arabia Saudita e Qatar, a causa di lotte ideologiche con la Repubblica islamica dell’Iran, la Turchia invece a causa dei prezzi del petrolio a buon mercato che Daesh offre, rendendo Ankara il principale acquirente del petrolio di Daesh, ma comunque in grado di condannare le sue azioni. Questo doppio approccio è basato sugli interessi nazionali. Una visione condivisa da tutti i partner dell’alleanza globale non è previsto e questo fatto può causarne il fallimento. Per distruggere Daesh, l’attenzione non deve solo esserci sul l’aspetto militare, ma anche sul potere economico del gruppo, la sua ricchezza di 2 miliardi di dollari e il reddito giornaliero di 3 milioni di dollari, oltre al bottino di guerra (…) Sembra che la crisi in Siria e in Iraq di oggi sia una ripetizione della storia recente (…) delle tragiche esperienze dei primi anni Novanta, la crisi dei Balcani (Bosnia ed Erzegovina), (…) l’incoerenza nei confronti dei paesi europei e l’incertezza. A questo proposito, la politica deve essere multilaterale dall’Europa, dalle Nazioni Unite, dall’America, dalla Turchia, dall’Iran, contro il regime di al-Assad e Daesh, aiutando i rifugiati siriani e migliorando la questione umanitaria. Sebbene specializzati in questo settore, gli Stati Uniti non sono riusciti a rovesciare il presidente Bashar al-Assad, lasciando alla resistenza siriana di completare il lavoro e si trovano in una situazione difficile: interferire nella nascente democrazia irachena è in qualche modo visto come impossibile, ma è necessario creare una zona di convergenza per alleviare la crisi nel paese (…) Daesh sembra aver creato uno spazio politico per la collaborazione nella regione e tra i paesi della regione e nel Golfo Persico (…) Il presupposto principale è quello di cambiare la prospettiva di collaborazione (…) Si tratta di un processo di riconoscimento e comprensione di tutti i vantaggi della stabilità e degli svantaggi di instabilità per i paesi all’interno e all’esterno della regione».