Cyberjihad all’orizzonte

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Assieme ai cambiamenti radicali avvenuti negli Stati investiti dalla Primavera araba, si sono aperti nuovi interessanti fronti della guerra cibernetica che da anni imperversa nel web.

Nel 2011, i conti di Bashar al Assad, il contestato presidente siriano, sono stati hackerati più volte così come la sede centrale della Central Bank degli Emirati arabi uniti, lasciando in chiaro e facile preda migliaia di numeir ci dacte di credito saudite. In questa paerte del mondo, inaspettatamente, le istituzioni finanziarie si trovano in prima linea. Simili “violenti” attacchi hanno convinto il mondo finanziario arabo, lontano dalle magie della rete, a investire maggiormente in sicurezza informatica. I rischi per la sicurezza cibernetica vanno di pari passo con l’allargarsi dei conflitti sociali e politici spesso fusi con l’animosità e la radicalità degli scontri tra arabi ed israeliani, ad esempio. Blocchi di siti, attacchi Dod, e simili manovre belliche on line coinvolgono migliaia di attori, proprio come una volta le guerre di posizione combattute nel mondo reale. I governi coinvolti si stano attrezzando. Negli Emirati è stata creata una squadra d’emergenza contro simili crimini, e Abu Dhabi si candida ad ospitare l’edizione regionale della conferenza dedicata all’argomento (la Black Hat conference).Simili eventi hanno lo scopo di diffondere la consapevolezza del rischio di questi attacchi e della vulnerabilità del sistema, che registra un incremento esponenziale nel numero degli hacker. Lo scorso gennaio, è stato lanciato, ad esempio, uno dei primi attacchi informatici con epicentro il Medio Oriente, attraverso botnet per scatenare un attacco Dod in grande stile verso server israeliani. La ricchezza delle economie di questa regione sono al centro dell’interesse di questa nuova guerra informatica, esattamente come altre regioni del mondo con la differenza che qui la ricchezza è tangibile, vera e quasi indifesa. Gli hacker, politicizzati o meno,ne sono attratti in maniera incredibile.