CROAZIA. Rijeka 2020: capitale europea della cultura?

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Questa è la prima parte di un’ampia analisi della manifestazione Rijeka 2020, Capitale europea della cultura. Le rimanenti due parti verranno pubblicate nei prossimi giorni.

Dopo l’eccellente Matera 2019 è il turno di Rijeka 2020 a fare da palcoscenico ed ente organizzatore degli eventi legati alla Capitale europea della cultura. Il sottotitolo della manifestazione è Porto della diversità. La piattaforma programmatica l’Era del potere «è basata sul concetto di Fiume come laboratorio di storia europea e parla delle diverse forme e dei rapporti di potere». La prefazione degli organizzatori farebbe ben sperare il visitatore in arrivo: «la storia di Fiume è uno specchio dell’Europa. Le realtà divise sono state esperienze che hanno plasmato l’identità di molte città europee, compresa Fiume, per decenni percorsa da un confine naturale rappresentato dalla Fiumara. Mentre i fili spinati segnano le frontiere nel continente e tra gli Stati si stanno rialzando i muri, la storia di Fiume diventa uno specchio, che è minaccia e al contempo monito sui processi in atto nell’Europa contemporanea, e non solo». Invece, purtroppo la manifestazione dà una visione unilaterale delle «diverse forme, le esperienze e le prestazioni di potere» e sembra essere condizionata da pregiudiziali ideologiche e culturali che contraddicono le premesse e tradiscono la storia composita e di autonomia della città. Vediamo perché.

L’Olocausta di D’Annunzio è un’esposizione nell’ambito della mostra Confini – tra ordine e caos. Simbolicamente l’esposizione è stata inaugurata il 12 settembre 2019, centenario della presa di Fiume da parte di D’Annunzio, ed è ospitata nel Palazzo del Governatore, oggi sede del Museo marittimo e storico del Litorale croato ed all’epoca sede del governo del Comandante-poeta. Il sostantivo attributivo Olocausta fu coniato dallo stesso D’Annunzio per evidenziare lo stato di distruzione della città all’indomani della Prima guerra mondiale. L’idea della curatrice della mostra, Tea Perinčić, è di descrivere Fiume durante i 16 mesi del governo dannunziano, secondo la prospettiva delle donne che vissero in prima persona quell’esperienza e trarre delle analogie tra l’esperienza di queste donne – che ne uscirono «stremate fisicamente ed emozionalmente» – e la città, olocausta come esse.

Tuttavia, non possiamo avallare la conclusione secondo la quale le donne che entrarono in contatto con D’Annunzio furono delle martiri. Su 288 profili di donne che a diverso titolo sono entrate in contatto con il Vate in quei mesi, l’esposizione si concentra su tre di loro: la pianista veneziana Luisa Baccara, che appoggiava le idee irredentiste di D’Annunzio e che diventerà la Signora del Vittoriale, l’insegnante fiumana Nicolina Fabris, che aveva dato asilo ai patrioti italiani durante la Grande guerra e sostegno ai legionari dannnunziani, e Zora Blažić, «l’allora ventenne fiumana di nazionalità croata, il cui diario è una testimonianza della vita a Fiume per coloro che non erano italiani nei 16 mesi di occupazione» e narra le dimostrazioni in favore del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Queste donne non furono delle succubi di D’Annunzio che ne assecondarono passivamente e acriticamente i desideri.

Seppure il Comandante esercitasse un carisma immenso, le “donne di D’Annunzio”, diverse per estrazione culturale e sociale, erano donne emancipate, le cui condotte furono sempre il frutto di libere scelte. Un esempio ne è Margherita Incisa di Camerana, la prima donna ufficiale in un esercito moderno, che partecipò all’impresa di Fiume come tenente nella Disperata, la guardia del corpo di D’Annunzio. D’altra parte, la Carta del Carnaro aveva assicurato anche il diritto di voto attivo e passivo alle donne.

Diverso è invece il giudizio politico sui 16 mesi di Reggenza dannunziana. Rispetto occorre avere per il punto di vista della Perenčić, che possiamo affermare essere anche quello di molti Croati, quando afferma: «La città diventa una vittima dell’ego di D’Annunzio, nonché una vittima dell’ego dei Fiumani proto-italiani che sacrificarono l’autonomia della città che i loro predecessori avevano invocato per secoli, come hanno fatto fino a pochi anni o mesi fa. Nel fare ciò, si perse la possibilità che Rijeka diventasse un porto franco sotto un protettorato internazionale o forse una nuova Monaco». È indubbio che la Reggenza dannunziana inferse un duro colpo alla tradizione plurisecolare di autonomia di Fiume e fu una delle cause che determinarono il risentimento dei Croati contro gli Italiani.

La verità storica ci impone di ricordare anche il campo di concentramento italiano che operò sull’isola di Arbe dal giugno del 1942 al settembre del 1943 – sarebbe stato utile inserire nel programma di Rijeka 2020 anche una testimonianza a riguardo. Arbe non fu un campo di sterminio, non vi erano camere a gas o forni crematori. Nondimeno vi trovarono la morte circa 1.500 Slavi, perlopiù per abbandono e inedia. Di contro, una parte del campo era riservata a prigionieri ebrei provenienti da tutta Europa; ma non per ucciderli. La sua funzione era quella di dar loro rifugio e salvarli dalle persecuzioni naziste.

Per una severa legge del contrappasso, l’opera di italianizzazione portata avanti dal regime fascista a Fiume, in Istria e nei territori della Dalmazia occupati nel 1941 trovò il suo ben più duro corrispettivo nell’opera di de-italianizzazione e slavizzazione forzata da parte dei titini. Sul finire della guerra gli autonomisti fiumani avevano pensato alla restaurazione di una autonomia sulla falsariga di quella del Corpus Separatum dei tempi della monarchia ungherese. Subito dopo la conquista della città, avvenuta il 3 maggio 1945, la Lega dei Comunisti di Iugoslavia promise che avrebbe concesso una larga autonomia alla città, e gli autonomisti riportarono una vittoria alle prime elezioni dei comitati cittadini. Poco dopo, non appena il governo titino si era assicurato un saldo controllo sul Paese, i comunisti avviarono una epurazione di cui gli autonomisti furono le prime vittime attraverso fucilazioni di massa, arresti, licenziamenti, riunioni politiche ufficialmente anti-fasciste ma in realtà anti-italiane. Nella sola Fiume circa 600 persone furono uccise. Tra le vittime del terrore nazional-comunista titino non vi furono solo fascisti e membri del Movimento Autonomista apertamente anti-fascisti, ma perfino militanti del Partito Comunista Fiumano – che il Partito Comunista Croato e la polizia segreta iugoslava OZNA volevano eliminare – e l’ebreo Angelo Adam sopravvissuto a Dachau. Moltissimi Fiumani italiani preferirono l’esilio volontario e fondarono il Libero Comune di Fiume in esilio.

A Rijeka 2020 la tragedia dell’eccidio ed esodo dei 350.000 Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia per mano dei titini è completamente omessa. Vengono invece, giustamente, ricordate le vittime innocenti massacrate nel gulag titino dell’isola Calva attraverso la mostra L’ambiente del ricordo: l’arte come resistenza alla repressione. Questa disparità di attenzione tra vittime di serie A, meritevoli di essere ricordate, e vittime di serie B, che non lo meritano, è in contraddizione con la «apertura, solidarietà ed accettazione della diversità» auspicata dal sindaco di Rijeka, Vojko Obersnel e con la tradizione della regione fiumana di essere «un ambiente aperto, tollerante e multiculturale, abitato da molte nazionalità che condividono rispetto reciproco e apprezzamento l’una per l’altra» come ci ricorda il prefetto della regione litoraneo-montana, Zlatko Komadina.

Purtroppo, dobbiamo registrare anche l’esclusione della superstite comunità italiana di Fiume dal programma della manifestazione. La loro perseveranza così come quella delle associazioni fiumano-italiane ha portato almeno alla reintroduzione di alcuni toponimi italiani in città. Magra consolazione. Soprattutto se ricordiamo che tale misura non riuscirà a risarcire il danno della soppressione violenta del plurisecolare uso pubblico della lingua italiana a Fiume, avvenuto tra il 9 e il 10 ottobre 1953 quando la folla aizzata durante un comizio anti-italiano distrusse le insegne in italiano di negozi ed edifici pubblici.

Per contro, un Monumento alla Fiume rossa – monumento di autodifesa raffigurante la Stella Rossa è stato eretto sul tetto dell’italianissimo Grattacielo di Fiume. Il Monumento richiama esplicitamente la Stella Rossa a cinque punte che fu installata nel medesimo punto dal regime comunista e che era accompagnata dalla scritta a lettere cubitali TITO. La Stella rossa avrebbe dovuto essere apposta sul tetto del Grattacielo lo scorso 3 maggio, anniversario della cacciata dei nazisti e dei fascisti dal capoluogo quarnerino. Ma a causa dell’emergenza da pandemia, la Stella è stata inaugurata il 20 settembre, anniversario di quel giorno del 1943 in cui – come si legge sul sito di Rijeka 2020, Capitale Europea della Cultura – «il Comitato esecutivo dello ZAVNOH, il Consiglio territoriale antifascista di liberazione popolare della Croazia, ha preso la decisione sull’annessione di Fiume, dell’Istria, di Zara e delle altre terre occupate nella Seconda guerra mondiale alla madrepatria croata».

Come abbiamo già scritto su altre colonne, per il modo in cui è stato presentato, percepiamo questo monumento come oltraggioso, anti-storico ed ai limiti della legalità. Esso offende gli Italiani quattro volte: perché è un oltraggio agli esuli e alle vittime delle foibe, perché equipara tutti gli Italiani ai fascisti, perché non riconosce il carattere pluri-etnico e pluri-culturale della città di Fiume, e perché è in contraddizione con il senso di cittadinanza europea.

Gaetano Massara