COSTA D’AVORIO. Yamoussoukro chiama Roma

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Il 31 gennaio scorso, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il ministro della Sicurezza e della Protezione Civile della Repubblica della Costa D’Avorio Vagondo Diomandé «nello spirito di amicizia e cooperazione che contraddistingue i rapporti tra i rispettivi Paesi, hanno manifestato l’intenzione di consolidare i legami esistenti e d’intensificare la loro collaborazione nei settori della migrazione e della sicurezza. Considerato il contesto geopolitico internazionale, i complessi ed interdipendenti fenomeni sociali ed economici e le grandi questioni di migrazione e di sicurezza, che gli Stati sono chiamati ad affrontare, i quali richiedono un approccio comune ed un rafforzamento qualitativo della risposta alle esigenze dei cittadini, i due Ministri, sulla base di una fiducia reciproca e solida, hanno l’intenzione di avviare una nuova fase di sviluppo strategico della cooperazione tra i due Paesi, negli ambiti di competenza dei due Ministeri».

La Costa d’Avorio è il maggior produttore ed esportatore mondiale di caffè, semi di cacao e olio di palma. In più possiede grandi quantità di diamanti, manganese, nichel, bauxite e oro, oltre a recenti scoperte di giacimenti di petrolio. La crescita economica in Costa d’Avorio è notevole e costante (circa il 7/8% annuo), ma più del 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. In particolare, è enorme il contrasto tra il miglioramento verificatosi nelle città (soprattutto ad Abidjan) e le condizioni di vita nelle aree di campagna all’interno del Paese (porzione nord a forte prevalenza musulmana), soggette a continui conflitti tra pastori e agricoltori. La tensione sale e i ragazzi fuggono in massa verso l’Europa. La Costa d’Avorio è il quarto Paese per provenienza dei migranti che sbarcano sulle coste del Mediterraneo, in particolare in Italia; tenuto “sotto osservazione” dall’Unione Europea proprio per arginare i flussi migratori. Oltre alle guerre civili, le ragioni che spingono migliaia di giovani a lasciare il Paese sono da ricercare in una sfiducia profonda e diffusa nei governi, i cui capi sembrano preoccupati di garantire il benessere economico a se stessi e al loro entourage più che alla popolazione.

L’accordo bilaterale Italia e Costa d’Avorio prevede una maggiore collaborazione in materia di rimpatri; progetti d’integrazione e percorsi di formazione per i cittadini ivoriani in Italia, che rappresentano circa il 10% degli arrivi sul territorio nazionale; iniziative di cooperazione tra le polizie dei due paesi per lo scambio di informazioni nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il Ministro Lamorgese ha sottolineato che l’accordo «garantirà risultati per una migliore gestione del fenomeno migratorio». L’intenzione è di favorire la gestione del fenomeno migratorio coniugando «il sostegno allo sviluppo e al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni dei Paesi di origine e di transito, la lotta contro il traffico di migranti e la tratta degli esseri umani nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali, l’attuazione di circuiti economici alternativi ai circuiti illegali, nonché la risolutezza nei controlli alle frontiere».

Per partire occorrono tra i 1.200 e 1.300 euro (solo per iniziare il viaggio verso la Libia) e i prezzi sarebbero dunque proibitivi, ma ugualmente ogni anno lasciano la Costa d’Avorio quasi 16.000 persone. In occasione dell’Expo 2015, il Presidente Alassane Dramane Ouattara ha già invitato gli ivoriani presenti in Italia a tornare, promettendo lavoro e prospettive concrete; tale fuga di massa rovina l’immagine del Paese che egli stesso cerca di costruire, soprattutto all’estero. L’appello però non ha trovato riscontro e benché la maggior parte di coloro che partono abbia un lavoro, l’esodo trova le sue ulteriori radici nel comune sentimento, sperimentato in Costa d’Avorio, di “vivere inutilmente”. Gli ivoriani sono un popolo intelligente, educato ove possibile alla cultura della Francia (intervenuta nel corso dei secoli non solo militarmente) che meriterebbe di più. Il salario minimo attuale si aggira intorno ai 100 euro al mese e la gente povera accetterebbe di restare se ricevesse un aumento. Ma invece, chi è riuscito – tra mille sacrifici – a investire nell’istruzione, si rende conto che il sistema non offre prospettive e vuole tentare la sorte. Senza contare il desiderio legittimo di vivere in zone del mondo dove non si debba costantemente temere per la propria incolumità fisica durante conflitti ricorrenti e guerre civili sempre pronte a scoppiare per interessi di natura politico-economica manovrati dall’alto.

Redazione