CORONAVIRUS. Il tessile asiatico messo in crisi dalla pandemia

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I produttori di abbigliamento del Sud e del Sudest asiatico affrontano mesi di chiusure di fabbriche potenzialmente fatali e di licenziamenti di massa, mentre i rivenditori europei e americani chiudono i loro negozi e sospendono gli ordini di fornitura a causa della pandemia di Covid-19.

I produttori di abbigliamento in Bangladesh, Cambogia, Myanmar e Vietnam avevano finora visto chiudere solo decine di fabbriche a causa di catene di fornitura perturbate in Cina, il precedente epicentro dell’epidemia di virus e il principale fornitore di materie prime per molti produttori di abbigliamento, riporta Asia Times.

Il Vietnam, l’ottavo più grande esportatore mondiale di prodotti tessili, ha registrato una crescita annuale delle esportazioni di capi d’abbigliamento ad appena l’1,7% a gennaio e febbraio 2020; cifra destinata a cadere in rosso ora che gli Stati Uniti e l’Europa sono bloccati nella lotta contro il coronavirus.

Il governo della Cambogia ha recentemente previsto che ben 200 fabbriche che impiegano circa 160mila lavoratori potrebbero chiudere temporaneamente le loro attività entro la fine di questo mese, se dovessero esaurire le importazioni di materie prime dalla Cina.

Il 19 marzo il Myanmar Times riportava che almeno 20 delle 500 fabbriche di abbigliamento del Myanmar hanno chiuso, mentre diecimila dei 500mila lavoratori dell’abbigliamento sono stati temporaneamente licenziati.  

Sebbene le catene di fornitura della Cina stiano ora iniziando a riaprire, i produttori di abbigliamento si trovano ora ad affrontare il problema ancora più grande del calo degli ordini di fornitura da parte di distributori e dettaglianti in Europa e negli Stati Uniti.  

Le fabbriche del Bangladesh hanno finora perso circa 138 milioni di dollari a causa di ordini cancellati o sospesi da parte di marchi internazionali, riporta Reuters. Le autorità vietnamite ritengono che le esportazioni verso i mercati europei potrebbero diminuire dell’8%, se non di più, nel primo e nel secondo trimestre di quest’anno. I rapporti locali suggeriscono che decine di aziende di abbigliamento hanno già perso contratti di fornitura europei e statunitensi.  

Ma si prevede che le fabbriche tessili asiatiche soffriranno molto di più del calo della domanda al dettaglio europea e americana rispetto agli ultimi mesi, a causa delle catene di fornitura scosse dal virus della Cina.

L’Europa e gli Stati Uniti solo di recente hanno adottato misure estreme per chiudere le frontiere, limitare la circolazione pubblica e far rispettare le quarantene, a causa della pandemia da Covid-19 che potrebbero durare settimane se non mesi. Ciò significa che un numero minore di persone nell’occidente farà acquisti di vestiti; un fatto che colpirà particolarmente i paesi dell’Asia meridionale e del Sud-Est asiatico. 

In Cambogia, ad esempio le esportazioni di abbigliamento e calzature rappresentano i due quinti del prodotto interno lordo e danno lavoro a più di 800mila lavoratori. In Vietnam, l’industria dell’abbigliamento ha generato più di 36 miliardi di dollari di entrate nel 2018, rappresentando la terza più importante voce dell’export del paese.

Allo stesso tempo, però, covid-19 si sta diffondendo in modo più ampio nel Sud-Est asiatico. Molti Paesi, tra cui la Cambogia e il Vietnam, hanno recentemente chiuso le frontiere e limitato i viaggi interni, ma non hanno interrotto le attività commerciali non essenziali, tra cui la produzione di abbigliamento.

Questo stato di fatto potrebbe cambiare, tuttavia, se il numero di infezioni continuerà ad aumentare e i governi regionali saranno costretti a prendere misure più estreme, come in Malesia,Thailandia e Filippine. 

Graziella Giangiulio