COREA DEL NORD. La Dottrina Trump assomiglia molto a quella Obama

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Alla fine l’amministrazione del presidente americano Donald Trump ha finalizzato la sua politica verso la Corea del Nord, che si concentrerà su «pressione massima e intervento» per la denuclearizzazione della nazione.

Nel tumulto di queste giornate, caratterizzate da minacce reciproche tra Pyongyang e Washington, l’agenzia Associated Press, citando fonti interne all’Amministrazione, ha citato funzionari statunitensi non identificati dicendo che l’obiettivo attuale della nuova politica è in dilagare la pressione sul Pyongyang, con l’aiuto della Cina, principale benefattore del Nord, una strategia che Trump ha a lungo sostenuto.

L’intervento rimane un’opzione, ma l’obiettivo dell’impegno dovrebbe essere la denuclearizzazione della Corea del Nord, non un controllo degli armamenti o un accordo sulla riduzione che implicherebbe l’accettazione da parte degli Stati Uniti di Pyongyang come potenza nucleare, riportavano le fonti citate dall’agenzia statunitense.

L’amministrazione Trump è giunta a questa conclusione dopo una revisione di due mesi durante i quali sono state valutate le diverse opzioni tra cui «opzioni militari e il rovesciamento della leadership della dittatura comunista», secondo Ap. L’Amministrazione ha anche messo sul tavolo la possibilità di accettare la Corea del Nord come uno stato dotato di nucleare

La nuova politica, alla fine, non sembra molto diversa da quella dell’ex presidente Barack Obama, nota come “Pazienza strategica“, che era incentrata su costringere Pyongyang aumentando le sanzioni e le pressioni sul regime.

Si tratta di un dato che per l’agenzia sud coreana Yonhap «illustra la triste realtà che altro non si può fare che imporre sanzioni più severe e rafforzare deterrenza e misure difensive contro le provocazioni del regime»; o questo, prosegue Yonhap, oppure tentare la carta della guerra.

La differenza con la politica di Obama poggia sul livello di appello e pressione che gli Stati Uniti hanno messo verso la Cina affinché Pechino eserciti di più la sua influenza su Pyongyang in quanto principale fornitore per la Corea del Nord di cibo ed energia.

Prima e dopo i suoi primi incontri con il presidente cinese Xi Jinping delle settimane scorse, Trump ha più volte sollecitato la Cina a fare di più, offrendo la prospettiva di un migliore accordo commerciale con gli Stati Uniti se Pechino li avesse aiutati a risolvere il problema.

Ma per i sudcoreani è improbabile che la Cina possa esercitare una pressione vera su Pyongyang, qualcosa che si è rifiutata di fare di fare per decenni, poiché Pechino teme che facendo troppa pressione sulla Corea del Nord si possa causare instabilità nella nazione e quand’anche il crollo de regime e dello stato con il risultato di creare, inciso di riunificazione, una grande nazione filo-statunitense ai suoi confini.

L’emergere di questa nuova politica arriva proprio quando le tensioni nella penisola coreana si sono fatte più forti alla luce che dei timori che Pyongyang possa effettuare il suo sesto test nucleare; la nuova teoria di pressione rafforzata si è quindi concretizzata con l’invio del gruppo d’attacco della portaerei Uss Carl Vinson in acque coreane. La presenza contemporanea della portaerei e di un attacco improvviso, delle esercitazioni congiunte nel Sud e le pressioni politiche dovrebbero portare, nell’ottica di Washington a far giungere Kim Jong Un a miti consigli. I piani potrebbero cambiare nel caso in cui un missile nordcoreano prenda oca obiettivo la Corea del Sud, il Giappone o il territorio degli Stati Uniti.

Antonio Albanese