COREA DEL NORD. Combustile green per i razzi di Kim

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La Corea del Nord potrebbe coltivare alghe, nel tentativo di diversificare le proprie risorse energetiche e diventare così più indipendente.

È quanto riporta il sito 38 North, secondo cui la fiorente industria delle alghe potrebbe permettere alla nazione di «mitigare gli effetti negativi delle sanzioni sia sull’approvvigionamento energetico del paese che sulla sicurezza alimentare».

La Corea del Nord ha creato le infrastrutture necessarie per la coltivazione di organismi vegetali come il kelp e la spirulina dagli anni Duemila, oggi grazie alle immagini satellitari, si è scoperto che le strutture per le alghe dello Namhung Youth Chemical Plant stanno diventando sempre più grandi e complesse. Si stima che ogni anno si potrebbero produrre 2.851 tonnellate di biomassa di alghe, che potrebbero essere convertite in oltre 4.075 barili di petrolio.

Anche se la superficie totale nelle vicinanze di Namhung è stimata in soli 20 ettari, l’impianto ha una caratteristica interessante: l’aggiunta di strutture trasparenti, a basso profilo e simili ad un hangar su alcuni stagni aperti. Queste strutture sembrano essere serre, che non solo consentirebbero di produrre tutto l’anno, ma manterrebbero pulite le alghe, il che indica chiaramente che sono destinate principalmente ad essere utilizzate come integratori alimentari.

Secondo i dati forniti dal Cia Factbook si ritiene che il consumo giornaliero di petrolio della Corea del Nord sia pari a circa 17.000 barili, sulla base dei dati del 2014. Il potenziale petrolifero prodotto dalle alghe potrebbe soddisfare lo 0,065 per cento del fabbisogno totale, si tratterebbe di ben poca cosa, ma in questi ultimi anni la superficie ad alghe e gli impianti sono stati notevolmente accresciuti; per non parlare della resa della biomassa di alghe che può essere accresciuta del 75%. Ad esempio, se Pyongyang incrementasse di 100 volte la superficie di produzione, la resa petrolifera potrebbe essere pari al 6,5% del fabbisogno stimato.

Inoltre, occorre tenere contro delle esigenze militari della Corea del Nord, certamente inferiori ai 17.000 barili al giorno. Storicamente la Cina è stata il principale partner commerciale della Corea del Nord, ma recentemente ha vietato le esportazioni di energia per conformarsi alle norme Onu.

La filosofia Juche (autosufficienza) spinge Pyongyang ad investire grandi quantità di capitale in progetti che altrimenti sembrerebbero inutili in un’economia di libero mercato e questo settore sembra essere ricco di implicazioni “strategiche” in un periodo di crisi come l’attuale.

Antonio Albanese