Il diritto dei Paesi Islamici

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ITALIA – Roma 20/01/2014. La complessità del presente e le problematiche legate agli avvenimenti che hanno sconvolto il bacino mediterraneo negli ultimi anni ci obbligano a guardare alla morfologia giuridica di quei paesi che ne fanno parte, in particolare quelli arabi – musulmani al fine di comprendere meglio la realtà che ci circonda. 

L’espressione “Paesi Islamici” è davvero ampia ma ha sviluppato una concezione geografica del termine indicando un insieme contiguo di paesi che si estendono dall’Atlantico all’Oceano Indiano, con l’aggiunta dell’Indonesia che resta il paese con la percentuale di musulmani più alta. Questi Paesi non sono accumunati solo in ragione della religione, che in ogni caso rimane il collante più forte contribuendo alla creazione di un legame sovranazionale, ma anche da un punto di vista storico, in quanto furono parti più o meno importanti dei primi imperi fondati in nome dell’Islam. Frutto della tradizione scientifica africanista, l’espressione “Paesi Islamici” comprende poi al suo interno una divisione nelle tre grandi linee o aree che distinguono i diversi popoli per lingua, cultura e costumi: una araba, che si divide tra Maghreb (Occidente) e Mashreq (Oriente); una iraniana, individuata simbolicamente nei confini dell’antico impero persiano; ed una turca.  Ebbene è in questi paesi che vige la famosa “shari’a”, letteralmente “la strada da seguire”, che costituisce ciò che viene comunemente chiamato diritto islamico e prescrive ai credenti ciò che devono o non devono fare. In questo modo la shari’a diventa uno dei tre sistemi giuridici a respiro universale che gli studiosi hanno identificato: la common law, la civil law o diritto romano, e la shari’a appunto. Secondo la scienza del diritto musulmano o “ilm’al fiqh”, le radici (usul) del diritto sono il Corano, per primo in ordine di importanza; la sunna (sunnat al nabi); il consenso (igma) e l’analogia (qiyas). Ci sono poi i così detti rami (furu) della giurisprudenza che, utilizzando le moderne categorie occidentali, comprendono alcune materie costituenti il diritto pubblico, il diritto processuale, e parte di quello privato.

I Paesi che poggiano le loro basi sul Corano o in generale su un testo sacro prendono il nome di “ordinamenti confessionali”, così chiamati perché sono sistemi preposti al raggiungimento di un fine ultraterreno, quello della società ideale che un giorno si costituirà in nome della religione. La società è descritta come essenzialmente teocratica, in cui lo Stato ha il solo ruolo di servire la religione rivelata. Il Corano è il testo che contiene la raccolta in forma scritta e definitiva delle rivelazioni fatte dall’Arcangelo Gabriele al profeta Maometto e la raccolta dei testi delle rivelazioni divine venne trascritta in un libro dal terzo califfo ‘Uthman nel 656 d.C. Suddiviso in 114 capitoli detti “sure”, divisi a loro volta in versetti chiamati “ ‘ajat ”, il Corano è l’esatta traduzione del “Libro sacro che è in cielo presso Dio” e ogni singola parola che si trova al suo interno è considerata sacra. A differenza della Bibbia dove è lo scrittore che esprime con parole sue ciò che gli è stato inspirato, questo nel Corano non può assolutamente accadere e sarebbe inoltre una gravissima bestemmia per un musulmano sostenere il contrario perché l’unico autore del Corano è Allah. All’interno del libro sacro ogni sura non è disposta secondo quando è stata rivelata, ossia in ordine cronologico ma in ordine di lunghezza, dalla più lunga alla più corta. Questo ha prodotto non pochi contrasti in dottrina poiché il precetto etico-morale contenuto in una sura precedente può essere abrogato o modificato da una sura successiva, creando molti problemi applicativi. Per fare fronte al problema interviene la “sunna”, cioè la tradizione sacra, ovvero la raccolta dei fatti e dei detti del Profeta che consentono di dare un’interpretazione delle rivelazioni. La sunna è ciò da cui prendono il nome i così detti “sunniti”. Essi riconoscono i “cinque pilastri della saggezza”  (la professione della fede in Allah, la preghiera pubblica e privata, l’obbligo della carità il digiuno annuale del mese del Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca) e includono l’obbligatorietà dell’obbedienza a chi detiene l’autorità statale, soggetto giuridico che ad ogni modo non può interpretare il Corano o la sunna stessa per assumere una decisione politica. E’ proprio questa la differenza con gli “sciiti”, i quali non riconoscono la successione di Maometto dopo il quarto califfo e sostengono che la guida dell’Islam vada cercata nei capi spirituali, gli “imam”. Quando questi detengono oltre al potere spirituale anche quello temporale si crea una vera e propria gestione teocratica del potere, come dimostra la rivoluzione khomeinista dell’Iran nel 1979. A fianco delle due fonti giuridiche divine e scritte appena citate, il diritto musulmano riconosce anche le due fonti orali di produzione del “diritto umano”. Uno di questi è il consenso, attraverso il quale la comunità si esprime su questioni controverse e il suo accordo può produrre nuovo diritto sulla base di un detto attribuito allo stesso Maometto, secondo cui: «La mia comunità non si troverà mai d’accordo sopra un errore». Successivamente a causa dell’interpretazione di questa tradizione (hadith) si sono affermate delle ricostruzioni volte a limitarne il senso, rimettendo in tal modo la decisione al solo consenso unanime dei dottori della legge o “ulema”, in quanto rappresentanti qualificati della comunità. Tutto ciò volto a rafforzare il ruolo degli esperti e a limitare la frammentazione e la proliferazione indiscriminata di regole tra le varie comunità islamiche. La seconda fonte orale di “diritto umano” è il procedimento analogico o “qiyas”, attraverso cui da un caso disciplinato espressamente si ricava un principio generale utile a regolamentare casi simili non espressamente previsti.

Non tutti sanno inoltre che anche nei Paesi Islamici vigono delle Costituzioni. Queste sono state catalogate dagli studiosi in due grandi gruppi: quelle di tradizione liberale e quelle di tradizione socialista. Nel primo gruppo possono essere inserite tutte quelle Costituzioni che gli Stati hanno adottato al momento dell’indipendenza, ereditando una delle forme organizzative già proprie delle Carte fondamentali delle vecchie potenze coloniali, disegnando così un assetto dei poteri  di ispirazione liberale che comprende tra gli altri i principi generali della sovranità popolare e nazionale, la separazione dei poteri (vedi la Costituzione tunisina del 1959) e le garanzie democratiche a protezione delle minoranze. La forma  di governo che riscosse maggiore successo presso questi paesi fu inizialmente quella parlamentare, come in Egitto nel 1930, in Libia nel 1951, in Giordania nel 1946 e nel 1952. Cominciò poi a diffondersi il modello della Costituzione francese del 1958, che di fatto protendeva verso una forma di governo presidenziale, la quale risultava di gran lunga più gradita alle leadership arabe in quanto offrivano una prospettiva più facile di concentrazione del potere. Non tardò infatti la deriva presidenzialista, proprio a causa dell’assenza di quell’articolato sistema di checks and balances rappresentati dai poteri Legislativo e Giudiziario. Il secondo gruppo di Costituzioni comprende invece quelle che manifestano l’adesione ai principi del socialismo, si inspirano alle Costituzioni di stampo sovietico e che protendono per la concentrazione del potere nelle mani del leader nazionale. Agevole nel plasmare le strutture organizzative e le esigenze di concentrazione autoritaria del potere, il centralismo del partito unico prese subito piede presso quei Paesi come l’Algeria del 1963, la Siria del 1964 e l’Egitto del 1971. In questi Paesi gli studiosi hanno però riscontrato non poche difficoltà nell’identificare un’originaria presenza di classi contrapposte, la successiva affermazione della classe operaia e contadina, nonché la presenza del partito rivoluzionario di tipo leninista, corroborante fondamentale della rivoluzione. Da qui la deduzione secondo la quale i richiami al socialismo rivoluzionario hanno assolto la mera funzione di offrire una plausibile giustificazione ideologica alla concentrazione del potere nelle mani dei leader nazionali e dei quadri militari.

Ad oggi, secondo uno studio effettuato dalla Islamic World Countries Studies nel 2007,sono stati qualificati come “islamici” ben 55 Paesi, tutti dotati di proprie Costituzioni scritte (dustur) e quasi tutti con forme di Stato repubblicane. Il Bahrain, la Giordania, il Kuwait, la Malaysia, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti sono retti invece da monarchie costituzionali. Le esperienze del Brunei, dell’Oman, del Qatar e dell’Arabia Saudita vengono classificate come monarchie assolute. Interessante notare come in tutti i paesi islamici il principio dell’autonomia territoriale sia completamente escluso e ci sia il rifiuto generalizzato per le forme di federalismo. L’Islam è quasi sempre dichiarato religione di Stato, come ad esempio all’art. 6 della Costituzione del Marocco, all’art. 2 della Costituzione dell’Algeria, all’art. 1 della Costituzione della Tunisia, all’art. 3 della Costituzione della Malaysia e all’art. 5 della Costituzione della Mauritania. La shari’a è spesso definita come la fonte del diritto come ad esempio dall’art. 2 della Costituzione islamica dell’Iran, dall’art. 3 della Costituzione dell’Afghanistan, dall’art. 1 della Costituzione del Sudan, dall’art. 2 della Costituzione dell’Iraq e dall’art. 2 della Costituzione della Repubblica Araba d’Egitto. Per la Turchia viene disegnato un panorama diverso in quanto il Paese ha mostrato dei chiari segni di apertura verso la ricezione di modelli normativi di tradizione romanistica, quello che gli esperti chiamano un fenomeno di “acculturazione giuridica”. In tutte le Carte costituzionali si fa menzione del principio del pluralismo religioso ma il pluralismo politico risulta ancora fortemente condizionato. Ad esempio, Paesi come l’Azerbaigjan, il Djibouti, l’Egitto, il Kazakhstan, la Malaysia, il Sudan, la Siria, il Tagikistan e la Tunisia presentano un panorama dominato dal partito unico dominante. Paesi invece come la Libia, l’Oman, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Brunei e il Qatar non riconoscono del tutto la presenza di partiti politici.

Ad ogni modo le Carte costituzionali restano il più delle volte dei documenti di facciata e strumenti di governo quando invece dovrebbero essere recepite anche e soprattutto come tavole di valori fondanti e principi. La democratizzazione del mondo islamico è una delle sfide del XXI secolo e  dovrebbe andare di pari passo con il miglioramento delle condizioni di vita, fattore che renderebbe le persone meno inclini al fondamentalismo che, come ormai è affermato, non dipende solo da cause di natura religiosa ma anche da cause economiche e sociali.