Consumismo e inquinamento tessile

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di Lucia Giannini GERMANIA – Berlino 27/11/2016. Una nuova ricerca pubblicata da Greenpeace Germania, alla vigilia del Black Friday, la giornata che negli Stati Uniti segna l’inizio dello shopping natalizio e che sta diventando popolare anche in Italia, ha evidenziato le gravi conseguenze sull’ambiente dell’eccessivo consumo, in particolare di capi d’abbigliamento.

In risposta al consumismo sfrenato, un crescente numero di persone Greenpeace ha scelto di osservare il “Buy Nothing Day”, in coincidenza con il Black Friday. Per ricordare ai consumatori quanto spesso gli acquisti d’impulso finiscano in discarica. “Trash queens”, vestite con abiti frutto del riciclo di indumenti dismessi, sfileranno in tre città asiatiche ed europee.

La ricerca “Timeout for fast fashion” pubblicata da Greenpeace Germania mostra come il business dell’abbigliamento a basso costo si stia espandendo rapidamente. In media una persona acquista il 60 per cento in più di prodotti d’abbigliamento ogni anno e la loro durata media si è dimezzata rispetto a 15 anni fa producendo montagne di rifiuti tessili. La produzione di vestiti è raddoppiata dal 2000 al 2014, con le vendite che sono passate da un miliardo di miliardi di dollari nel 2002 a 1,8 miliardi di miliardi nel 2015. Si prevede che nel 2025 arrivino a 2,1 miliardi di dollari.

L’impatto ambientale deriva da veri fattori quali le sostanze chimiche usate dall’industria tessile che inquinano fiumi e oceani e le elevate quantità di pesticidi impiegati nelle piantagioni di cotone che contaminano le terre agricole o le sottraggono alla produzione di alimenti. Uno dei costi maggiori per il pianeta viene però dal crescente uso di fibre sintetiche: il poliestere, in particolare, emette quasi tre volte più CO2 nel suo ciclo di vita rispetto al cotone. Presente già nel 60 per cento dell’abbigliamento, questo materiale può impiegare decenni a degradarsi e contaminare l’ambiente marino sotto forma di microfibre in plastica.

Greenpeace si occupa dell’impatto del settore del tessile dal 2011, con la campagna Detox che ha avuto l’adesione di 78 tra grandi marchi internazionali e numerose realtà tessili italiane, 27 delle quali del distretto tessile di Prato. Queste imprese si sono impegnate a eliminare l’uso di sostanze chimiche pericolose entro il 2020 e stanno già facendo molti progressi in questo senso. Tuttavia, ogni progresso sarà vanificato se continua la tendenza a produrre vestiti a basso costo con crescenti livelli di produzione e consumo di risorse.