CINA. Le maglie strette della Blockchain comunista

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Il Partito comunista cinese, tramite il suo organo ufficiale, il Renmin Ribao, il Giornale del Popolo, chiede norme internazionali più severe per la tecnologia Blockchain, al fine garantirla meglio. Nell’editoriale, uscito il 26 febbraio, sul Giornale del Popolo intitolato “Tre domande su Blockchain”, il quotidiano ha sottolineato l’intenzione del governo di sostenere sì la tecnologia, ma allo stesso tempo lancia l’allarme sui casi di abuso o cattivo uso del sistema. 

L’articolo offre una panoramica sull’uso della blockchain in diversi settori, vale a dire finanza, attività di beneficenza e senza scopo di lucro, così come nel settore della sicurezza e la regolamentazione finanziaria. Ovviamente nel servizio si fa menzione dell’attenzione dell’opinione pubblica cinese e globale sulla blockchain derivata dalle misure cinesi a riguardo, come il divieto imposto dalla banca centrale del paese, la People’s Bank of China, sugli scambi bitcoin – monete metalliche.

Nel servizio, il giornale, e quindi il partito, afferma che, essendo ancora non pienamente sviluppata la tecnologia, occorrerebbe una maggiore prudenza nel fare speculazioni, e allo stesso tempo distinguere tra innovazioni tecnologiche e innovazioni destinate unicamente a raccogliere fondi. A tal fine, il governo è invitato ad agire con fermezza e a raddoppiare il suo coinvolgimento nelle politiche inerenti le criptovalute.

«Al fine di promuovere e utilizzare meglio la tecnologia blockchain, il governo dovrebbe rafforzare le politiche e i regolamenti a riguardo», si può leggere nel servizio riportato anche da Sputnik. L’accusa alla blockchain è legata al suo utilizzo: principalmente speculativo e risolutivo di problemi effettivi per la società.

Il partito cominciata cinese, quindi, chiede di fatto misure più severe; una richiesta che sembrerebbe incompatibile con la recente linea d’azione delle autorità cinesi. Nell’autunno 2017, The People’s Bank of China ha vietato non solo tutte le Ico, cioè gli scambi monetari, ma ha chiuso le principali piattaforme di trading criptocurrency in un settore industriale del valore di centinaia di milioni di dollari. Recentemente poi, lo scorso gennaio, le autorità finanziarie della Cina hanno proposto un divieto su tutti i siti collegati in qualsiasi modo con la moneta digitale, gli scambi internazionali tra di loro, alla luce dei rischi di riciclaggio di denaro e frode. 

Graziella Giangiulio