La fine di Blaise 1er

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BURKINA FASO – Ouagadougou 05/11/2014. In meno di 48 ore il Burkina Faso ha girato una pagina della sua storia che durava da ben ventisette anni ponendo fine a quello che spesso veniva definito il regno di “Blaise 1er”, ovvero la fine della presidenza di Blaise Campaoré.

In effetti nell’ottobre del 1987, il presidente Campaoré detronizzava il suo “fratello d’armi”, Thomas Sankara, uccidendolo e prendendo il potere. Dal 1987 al 28 ottobre scorso non ci sono stati altri uomini al potere nel “paese degli uomini integri” poiché il presidente è stato capace di modificare diverse volte la costituzione per andare oltre il limite dei due mandati presidenziali: prima introducendo il settennato (due mandati dal 1991 al 1998 e dal 1998 al 2005) e poi passando al quinquennato (dal 2005 al 2010 e dal 2010 al 2015). Nel corso di questi ventisette anni molti sono stati gli aspetti critici di un potere dittatoriale, dagli assassini politici come quello di Norbert Zongo agli aiuti a operazioni di destabilizzazione come il sostegno alle milizie di Charles Taylor in Liberia e in Sierra Leone o più di recente il sostegno ai ribelli di Guillaume Soro in Costa d’Avorio.
Una sorta di libertà di espressione e un’apertura politica simile al multipartitismo hanno fatto di Campaoré un uomo frequentabile. Questo è stato aiutato da una posizione di rilievo in ambito internazionale poiché è stato scelto, sulla spinta della massoneria francese della “Grande Loge Nationale de France – GLNF”, per essere mediatore in diverse crisi politiche come in Togo, in Guinea, in Costa d’Avorio e di recente in Mali. Nonostante queste posizioni quantomeno criticabili, molti osservatori locali e regionali sottolineano come Campaoré abbia avuto almeno il merito nel corso del suo “regno” di aver fatto di un Paese arido e privo di sbocchi sul mare una nazione economicamente dinamica molto interessante per gli uomini d’affari.
Nonostante questa positiva base economica, Campaoré ha voluto fare il passo di troppo: il 22 ottobre scorso ha deciso di forzare la modifica della costituzione per ottenere la possibilità di presentarsi per un terzo mandato presidenziale. Nonostante le richieste delle opposizioni, l’ormai ex presidente era deciso ad andare avanti con il suo progetto costituzionale. Per tale motivo, il 28 ottobre, molti manifestanti, in particolare donne e giovani, hanno iniziato a scendere nelle strade della capitale, Ouagadougou, e delle città principali del Paese. Le manifestazioni continuavano anche il giorno successivo e la mattina del 30 ottobre i manifestanti si dirigevano verso il palazzo presidenziale.
Il 31 ottobre Blaise Campaoré, fuggito in Costa d’Avorio, annunciava le sue dimissioni e si iniziava a capire che era necessario intraprendere la via della transizione. Il Paese sembrava sull’orlo del baratro quando due militari a distanza di poche ore si sono autoproclamati presidenti. Prima il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Nabéré Honoré Traoré, quindi il vice comandante della Guarda Presidenziale, appoggiato da un gran numero di alti ufficiali, Isaac Zida, si chiamavano ambedue a capo del Paese. Il prolungato silenzio del primo ha fatto capire che il colonnello Zida era ormai al potere.
Se l’opposizione ha gridato al colpo di Stato, le dichiarazioni di Zida stesso hanno avuto l’effetto positivo di calmare la situazione. Zida ha indicato che avrebbe mesos in piedi un organo per la transizione per dirigere il Paese. La confusione sembra dissiparsi, ma rimane il fatto che Zida sia stato indicato dall’esercito e non dal popolo che lo identifica ancora con il vecchio presidente.
Nel frattempo la comunità internazionale si è mossa, in particolare l’Unione Africana e i Paesi dell’ECOWAS. L’UA ha nominato Edem Kodjo del Togo inviato speciale dell’UA in Burkina Faso al fine di risolvere la crisi del Paese tramite elezioni democratiche e consensuale. Al tempo stesso, tre presidenti africani si stanno per recare nel paese. In effetti, il ganese John Dramani Mahama, presidente di turno dell’ECOWAS, e i suoi omologhi del Senegal, Macky Sall, e della Nigeria, Jonathan Googluck, dovrebbero recarsi a Ouagadougou per accompagnare una delegazione congiunta delle Nazioni Unite, dell’UA e dell’ECOWAS.
Molti sperano che la transizione sia la più breve e democratica possibile e il colonnello Zida sta lavorando in questa direzione poiché ha incontrato il re dei Mossi, il Mogho Naba, il più influente capo tradizionale. Al termine dell’incontr il Mogho Naba ha affermato che Zida è intenzionato a ridare il potere ai civili quanto prima.
Il principale alleato del paese degli uomini integri, la Francia, rimane molto prudente visti i propri interessi locali, sia economici che militari. Circa quaranta imprese francesi hanno le loro filiali in Burkina Faso che rappresenta un piattaforma strategica anche militarmente. In effetti, la Francia ha lanciato alla fine dell’estate scorsa l’operazione anti terrorismo denominata Barkhane che si estende per tutto il Sahel. Barkhane ha il suo quartier generale proprio a Ouagadougou.
La transizione in Burkina Faso è molto probabilmente una pietra fondamentale per tutto lo scacchiere dell’Africa Occidentale e sub sahariana in generale. In effetti, il Burkina Faso ha rappresentato e rappresenta in ambito di lotta al terrosimo un cuscinetto tra gli Stati prettamente saheliani (Mauritania, Mali e Niger) e quelli del Golfo di di Guinea (in particolare la Nigeria). Il Burkina Faso è fondamentale con altri due Paesi, il Camerun e il Ciad, perché si trovano a fare da cerniera, sempre in ambito di lotta al terrorismo, tra l’Africa Occidentale e l’Africa Orientale, ovvero tra gli scenari che destano maggiore preoccupazione in questo periodo: il Mali, la Nigeria, la Repubblica centrafricana, il Sud Sudan e la Somalia.
Per questo la Francia punta ad una risoluzione rapida della crisi. Paradossalmente però, Zida non deve bruciare le tappe e instaurare una reale transizione per ridare alla comunità internazionale un Paese realmente stabile da un punto di vista di istituzioni democratiche Quanto successo in Burkina Faso deve però far riflettere altri paesi. La lezione di quanto avvenuto a Ouagadougou potrebbe ripetersi a Libreville, Kinshasa, Kampala, Lomé, Brazzaville, Yaoundé o Ndjamena: ovvero Paesi dove presidenti-monarchi sono al potere da decenni e spesso hanno già indicato di voler modificare per l’ennesima volta la costituzione per rimanere al potere.