BLOCKCHAIN. Il nuovo strumento contro la schiavitù del XXI secolo

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Quasi due terzi del cobalto estratto in tutto il mondo proviene dalla Repubblica democratica del Congo; paese dell’Africa centrale con una nota reputazione per le violazioni dei diritti umani, compreso il lavoro in condizioni di schiavitù. È praticamente impossibile sapere se il cobalto proveniente dalla Rdc è stato raccolto senza l’utilizzo di schiavi. Lo stesso vale per molti altri prodotti e merci in tutto il mondo, dal tonno al caffè. Alcune aziende vedono una soluzione al problema attraverso la blockchain, la tecnologia dietro il bitcoin, per verificare le catene di approvvigionamento globale.

Questa è l’ultima promessa per una tecnologia già propagandata come soluzione per diversi problemi economici, cambiamenti climatici e contraffazione. Anche se non possiamo riporre tutte le nostre speranze nella tecnologia per risolvere problemi sociali complessi, forse questa volta la tecnologia si rivelerà parte della soluzione. Capire se i beni vengono acquistati e prodotti in modo etico diventa sempre più difficile, dato che le catene di approvvigionamento diventano sempre più complesse.

Nel caso del cobalto, la catena di approvvigionamento può essere costituita da innumerevoli intermediari che acquistano e mescolano il cobalto proveniente da innumerevoli miniere diverse. Ciò significa che è quasi impossibile per un acquirente di cobalto, come un produttore di batterie, rintracciare la provenienza del metallo.

L’industria del cobalto della RdC comprende un’ampia gamma di lavoratori: alcuni minatori sono pagati relativamente bene e lavorano in condizioni di sicurezza, ma un quinto di tutto il cobalto è scavato da 110.000 a 150.000 lavoratori in piccole miniere “artigianali”. Coloro che lavorano in questo settore non regolamentato spesso guadagnano una miseria e lavorano in condizioni non sicure, riporta Asia Times.

Il lavoro in queste miniere include la discesa in piccole buche che non hanno nemmeno le precauzioni di sicurezza di base. La cattiva costruzione e la scarsa ventilazione hanno causato morti e feriti. Con l’aumento della domanda di cobalto legata alle vendite di auto elettriche, queste condizioni stanno peggiorando. È difficile sapere esattamente quale percentuale dell’industria del cobalto della Repubblica democratica del Congo utilizzi lavoro in condizioni di schiavitù. Ma un’indagine del 2013 dell’organizzazione Usa, Free the Slaves, ha rilevato che 866 dei 931 individui intervistati in tre comunità minerarie erano schiavi.

Free the Slaves ha identificato sette tipi di schiavitù, tra cui il lavoro forzato, la schiavitù per debiti. Quasi un schiavo su quattro aveva meno di 18 anni. Un rapporto dell’Unicef del 2014 ha stimato che 40.000 bambini lavoravano nelle miniere nel sud della RdC, la maggior parte dei quali scavavano cobalto. 

Lo stesso vale per altre fattispecie, dal rame al cacao: è difficile sapere come sono fatti i prodotti o da dove vengono acquistati.

Come possiamo quindi garantire che le catene di approvvigionamento non siano contaminate dalla schiavitù? È qui che le aziende stanno sperimentando la tecnologia blockchain, utilizzata per creare un registro verificato e a prova di manomissione delle catene di approvvigionamento dalla fonte all’utente finale. Il gigante delle miniere e delle risorse Bhp vuole utilizzare la stessa tecnologia per verificare le forniture di rame.

Blockchain viene utilizzata anche per rintracciare il cotone, la moda, il caffè e i prodotti dell’agricoltura biologica. Tornando al cobalto, Ford e Ibm fanno parte di un consorzio che cerca di utilizzare questa tecnologia per monitorare le forniture di cobalto. Significherebbe la capacità di tracciare il metallo dalla miniera alla batteria. Il cobalto estratto eticamente può essere registrato nella blockchain e seguito mentre si muove lungo la catena di approvvigionamento. 

Lucia Giannini